Qualche tempo fa ho scritto di “Golf e Cinema”, citando quelli che a mio avviso sono fra i titoli più interessanti e che meglio raccontano il nostro sport, in apparenza così difficile da rendere emozionante per chi non lo conosce a fondo. Recentemente ho visto “Loopers”, un documentario che racconta un aspetto più silenzioso, ma certamente fondamentale sul campo da golf: il ruolo del caddie e il suo rapporto con il giocatore. Il film non è perfettamente riuscito, ma propone degli spunti interessanti e presenta delle figure leggendarie che hanno contribuito a rendere il ruolo del “man on the bag” quello che è oggi.
La parola “caddie” affonda le sue origini ne francese “cadet”, che significa “giovane allievo” o “figlio minore”: la tradizione vuole che la regina Maria di Scozia, prima golfista donna di cui le cronache raccontano, avesse portato con sé dalla Francia il suo giovane assistente con il solo scopo di portarle la sacca da golf. Per molti anni il ruolo del caddie è stato marginale, relegato a quello di portaborse e di “forecaddie”, con il compito di trovare la palla dispersa nel rough impenetrabile dei links scozzesi. Ancora oggi al decollo di un colpo erratico si grida “Fore”, come era usanza per richiamare l’attenzione del proprio assistente perché non perdesse d’occhio la traiettoria di un colpo erratico.
Nel tempo il ruolo del caddie divenne sempre più importante: imparavano il gioco semplicemente osservando (e raramente provando quando, nei giorni di chiusura del circolo veniva loro concesso di giocare qualche buca), e avendo percorso decine di giri di campo nelle più diverse condizioni, lo conoscevano alla perfezione, diventando così dei veri consulenti strategici. Questo si dimostrò più che mai vero sul percorso di Augusta, tempio non solo del golf, ma anche dell’arte del “caddying”, dove fino al 1982 era obbligatorio affidarsi ai caddie locali: per stessa ammissione di Fuzzy Zoeller fu solo merito di Jerry Beard se nel 1979 vinse il Masters al suo esordio; lo stesso avvenne per Ben Crenshaw che ogni volta che calcava i fairway di Augusta voleva avere accanto a sé il leggendario Carl Jackson, che lo portò alla vittoria nel 1984 e nel 1995.

Ci sono anche episodi in cui il caddie si dimostrò responsabile di errori imperdonabili, come quando all’ultimo giro del British Open 2001 Miles Byrne si dimenticò di togliere dalla sacca di Ian Woosnam, un secondo driver che costò al campione inglese due colpi di penalità e la vittoria della Claret Jug.
L’intesa fra caddie e giocatore è un aspetto del gioco che negli anni è diventato sempre più rilevante e che si è espresso in collaborazioni storiche, come quella fra Bruce Edwards, generalmente considerato il primo caddie professionista, e Tom Watson, o fra Sir Nick Faldo e Fanny Sunnesson, primo caddie donna sul tour maggiore.
Da quando nel 1864 Tom Morris stilò un codice etico per i caddie, la professionalità si è evoluta enormemente: negli Stati Uniti la Evans Scholar Foundation assegna borse di studio ai caddie meritevoli fin dal 1930, aiutando i ragazzi a costruire un percorso in un mestiere che richiede competenze di altissimo livello dal punto di vista tecnico, strategico e psicologico. Il peso che i caddie portano sulle spalle è molto di più rispetto a quello della sacca da golf, e sotto un certo punto di vista il loro modo di affrontare il campo è ancora più affascinante rispetto a quello dei grandi campioni che, settimana dopo settimana, vediamo trionfare sull’ultimo green.