Senza alcun dubbio, tirare il drive lungo semplifica la vita: quando hai un secondo colpo che ti permette di tirare all’asta con una certa confidenza, il golf diventa più facile. Mi ricordo quando da ragazzino giocavo le gare importanti del calendario: si partiva dai tee di campionato e ogni buca veniva allungata di 15/20 metri, lasciandoti sempre con un colpo al green lungo, delicato e difficile; ancora oggi su certi campi, dai tee regolari, faccio fatica a tirare meno del ferro 7 di secondo, nonostante io sia un giocatore discretamente lungo, con una media drive vicina ai 230 metri. Non sono un amante dei percorsi troppo lunghi, dove ad ogni buca devi tirare il drive “a tuono” per avere un secondo da meno di 150 metri: il mio migliore amico in sacca è il ferro 8 e mi divertono i par 4 corti che dal tee ti chiedono di tirare un “legnetto” o un ferro e di piazzare la palla nel punto giusto per avere un buon angolo di attacco al green.
Il percorso su cui gioco abitualmente, alle porte di Milano, da questo punto di vista è molto adatto al mio modo di giocare: tre par 4 decisamente impegnativi, 9 buche che ti lasciano un secondo colpo fra i 140 e i 110 metri, e un paio dove un buon drive ti consente di piazzare la palla direttamente davanti al green. È un disegno ben equilibrato, che ti permette di giocare un golf vario e divertente.

L’ultima volta che ho giocato ho voluto fare un esperimento: ho deciso di partire dai tee verdi, per vedere quanto effettivamente 20/30 metri di vantaggio sul drive potessero influire sul mio gioco. In questo modo, almeno sulla carta, i par 4 diventano tutti facilmente raggiungibili con un secondo colpo generalmente sotto i 100 metri e comunque mai superiore ai 140, un paio sono addirittura raggiungibili con il drive, e tre par 5 su quattro possono essere presi con il secondo colpo.
Sulla carta sembrava tutto più facile, anche a fronte di una riduzione di tre colpi del mio handicap, ma le cose sono andate diversamente da quello che mi aspettavo: il campo cambia completamente fisionomia, le zone di atterraggio del drive si stringono, alberi e cespugli che prima servivano come riferimento per la linea entrano improvvisamente in gioco, e quando anche tieni la palla in pista ti trovi a dover giocare dei colpi al green da angoli che li rendono più difficili di quello che avevi pensato. A questo si aggiunge il fatto che i colpi dai 60 metri in giù non sono proprio il mio pane, e spesso riesco a fare più danni rispetto ad un approccio tirato dal doppio della distanza.
Anche sui par 5, che diventano raggiungibili in due, le cose non sono così semplici: quel legno 5 di secondo che aveva un’area di atterraggio larga e confortevole a 30/40 metri dal green, adesso deve essere tirato ad un bersaglio molto più piccolo, che non concede margine di errore: se prima un colpo erratico ti permetteva di tirare comunque il terzo verso l’asta, anche se da una posizione meno agevole, un green mancato in questa situazione ti lascia sempre un recupero difficile, che richiede una sensibilità nel gioco corto che esiste solo nella mia conoscenza teorica.
L’unico vero vantaggio che ho riscontrato è sui par 3 lunghi dove, con acqua a destra e fuori limite a sinistra, tirare un ferro 7 invece del ferro 5 ti permette di affrontare il teeshot con un po’ più di serenità.
Alla fine del giro il mio score non è stato molto diverso rispetto a quelli che segno dai tee regolari, ma devo ammettere che tirare al green con il primo ai par 4 e con il secondo ai par 5 mi ha regalato una bella sensazione.
Tirare il drive lungo aiuta molto, ma il golf vero, quello che ti fa fare poco, si gioca dai 100 metri in giù.