Pebble Beach 2026: dove parlano i dati.
L’AT&T Pebble Beach Pro-Am 2026 questo weekend arriva come uno di quei tornei che, sulla carta, sembrano leggeri e quasi da esibizione, ma che in realtà sono un test tecnico molto più serio di quanto il contorno possa far pensare. Pebble Beach Golf Links e Spyglass Hill, con la loro rotazione nei primi giorni e il ritorno a Pebble nel weekend, costruiscono un percorso di valutazione piuttosto severo per il gioco di inizio stagione. I green sono tra i più piccoli del PGA Tour, con superfici che storicamente viaggiano sotto i 325 metri quadrati, e questo abbassa in modo sensibile le percentuali di greens in regulation rispetto alla media stagionale.
A questo si aggiunge il vento dell’oceano, che rende instabili soprattutto le traiettorie degli approcci medi, e una configurazione del campo che concentra gran parte della difficoltà sui par 4, che rappresentano la maggioranza delle buche e che, anno dopo anno, sono il vero spartiacque dello score. La formula senza taglio su 72 buche riduce l’impatto delle fiammate isolate e premia invece la qualità media del gioco: chi è solido per quattro giorni tende quasi sempre a emergere, chi vive di strappi viene lentamente riportato verso la media.
Il campo visto dai numeri: dove si guadagnano e si perdono colpi
Se si guarda Pebble Beach con l’occhio delle metriche, il quadro è piuttosto chiaro. Nelle ultime edizioni, i giocatori che hanno chiuso nelle prime posizioni hanno quasi sempre guadagnato più di un colpo a giro sul field con il solo gioco di approccio, segno che qui il ferro conta più della potenza pura dal tee. Le distanze più frequenti verso il green cadono nella finestra tra i 140 e i 180 metri, e proprio in questo intervallo si crea spesso la separazione tra chi resta in corsa e chi scivola indietro.
Anche il dato sui par 4 è centrale: a Pebble oltre il 60% delle buche appartiene a questa categoria e chi riesce a giocarle stabilmente sotto il par costruisce la base del proprio torneo lì, più che sui par 5, che offrono meno opportunità di recupero rispetto ad altri campi del calendario. Infine, c’è il tema dello scrambling: i green piccoli portano inevitabilmente a mancare diverse volte il bersaglio, e chi chiude la settimana con percentuali di salvataggio sopra il 60% tende quasi sempre a rimanere nelle zone alte della classifica. Mettendo insieme questi fattori, il profilo ideale per Pebble è quello di un giocatore con strokes gained: approach sopra la media, buona efficienza sui par 4 e capacità di limitare i danni quando il green viene mancato.
I favoriti: un gruppo unito più dai dati che dai nomi
Guardando ai favoriti di questa edizione attraverso una lente puramente statistica, il filo conduttore è la completezza del gioco. Rory McIlroy, Patrick Cantlay, Xander Schauffele, Tommy Fleetwood e Hideki Matsuyama arrivano tutti con profili che li collocano stabilmente nella fascia alta del Tour per strokes gained totale. McIlroy, nelle ultime stagioni, viaggia con un saldo costantemente sopra i due colpi guadagnati a giro sul field, combinando un gioco dal tee ancora d’élite (ma con grossi margini di miglioramento) con un rendimento sugli approcci e sul green molto più solido rispetto al passato, ed è anche tra i migliori per scoring average. Cantlay è l’esempio classico di giocatore a bassa variabilità: raramente produce round disastrosi e mantiene un livello medio molto alto, con numeri forti nel tee-to-green e soprattutto un rendimento sui par 4 che lo colloca stabilmente sopra la media del Tour, esattamente il tipo di profilo che a Pebble tende a restare in alto per quattro giorni.
Schauffele e Fleetwood condividono un tratto fondamentale, cioè la distribuzione equilibrata dei colpi guadagnati tra più comparti del gioco: non dipendono da una sola fase e questo riduce moltissimo il rischio di crolli improvvisi su un campo che punisce subito chi ha anche solo un reparto in giornata storta. Matsuyama completa il quadro con un profilo che, oltre a un ottimo gioco di ferro, porta in dote numeri d’élite nello scrambling e nel gioco intorno al green come fatto vedere a Phoenix, un fattore che a Pebble è spesso decisivo perché anche i migliori ball striker finiscono per dover salvare diversi par da posizioni complicate. In sintesi, questo gruppo non è favorito per status o narrativa, ma perché i loro numeri sono esattamente quelli che storicamente funzionano meglio su questo tipo di layout.
Dove si può davvero fare la differenza: approcci e par 4
Scendendo ancora più nel dettaglio, Pebble è un torneo che si decide soprattutto nella qualità degli approcci medi e nella gestione dei par 4. Le statistiche sulle distanze d’ingresso mostrano che una fetta importante dei colpi verso il green arriva tra i 150 e i 175 metri, e proprio qui si vede chi riesce a guadagnare terreno sul field in modo sistematico. I giocatori che eccellono in questa finestra tendono a costruire più birdie “semplici” e a ridurre il numero di par salvati in extremis, che alla lunga pesa sul totale. Anche il rendimento sui par 4 medi e lunghi è un altro spartiacque fondamentale: chi chiude il torneo con uno score aggregato negativo su queste buche ha storicamente una probabilità molto più alta di finire in top 10, perché a Pebble i par 5 non sono abbastanza per compensare una settimana mediocre su questo segmento. In altre parole, il torneo si vince più con la precisione e la gestione che con l’esplosività.
Gli outsider: quando i dati suggeriscono strade alternative
Ogni edizione del Pebble Beach Pro-Am porta con sé uno o due nomi che partono fuori dai radar principali ma che, guardando le metriche, hanno esattamente il tipo di gioco che il campo richiede. Brian Harman e Aaron Rai, per esempio, sono due profili che negli ultimi anni sono stati stabilmente sopra la media del Tour per greens in regulation e per rendimento sui par 4, due indicatori che a Pebble pesano più che altrove. Denny McCarthy rappresenta invece un outsider di natura diversa, costruito su un putting tra i migliori del circuito: su green piccoli e spesso condizionati dal vento, un putter d’élite può facilmente valere diversi colpi guadagnati sul field anche a fronte di una settimana solo discreta con i ferri. In tutti questi casi non si tratta di aspettarsi una magia improvvisa, ma di riconoscere profili statistici che, per struttura del gioco, hanno una probabilità più alta di rimanere competitivi su quattro giri completi e di infilarsi nella conversazione per le posizioni alte.
Cosa raccontano davvero i numeri su questa edizione
Se si mette insieme tutto, il Pebble Beach Pro-Am 2026 appare molto meno come una lotteria e molto più come un esercizio di coerenza statistica. I profili che tendono a emergere sono quelli con strokes gained: approach sopra la media, buona efficienza sui par 4 e una capacità solida di limitare i bogey grazie a uno scrambling affidabile. In un torneo senza taglio, questi fattori diventano ancora più determinanti, perché la classifica finale è meno influenzata dalla varianza di un singolo giro e molto più dalla somma di quattro prestazioni coerenti. Ed è proprio per questo che, accanto ai favoriti con i numeri dalla loro parte, c’è sempre spazio per uno o due outsider che, in silenzio, costruiscono il loro torneo col metodo e finiscono per trasformare una settimana “normale” in qualcosa di molto più memorabile.