Non c’è etichetta peggiore per un golfista che quella di “uno che imbroglia”, al punto che senza mezzi termini viene definito “ladro”. Giocatori lenti, flappatori seriali, utilizzatori di “peschini”, nessuno di loro è additato e messo alla gogna come chi ruba sul campo da golf, e una volta che un golfista si guadagna quella fama, resta come una macchia indelebile per il resto della vita. Questa ignominia non è tanto legata al gesto scorretto commesso nei confronti degli altri giocatori ai quali, nel peggiore dei casi, viene ingiustamente sottratto un piattino d’argento dal valore relativo, quanto al tradimento dello “spirit of the game”, il senso più profondo del fair play che è insito nel gioco del golf e la cui condivisione accomuna tutti coloro che più o meno assiduamente, calcano i fairway. Ognuno è arbitro di sé stesso e non è prevista la presenza di arbitri in campo, se non nel momento in cui vengono chiamati per l’interpretazione di una regola in una situazione dubbia.

Al di là delle forme più semplici di “scorrettezze” come aggiustare uno score o migliorare il lie della palla quando non si è sotto gli occhi dei compagni di gioco, negli anni trascorsi sui campi da golf, ne ho viste e sentite veramente tante, alcune al limite dell’incredibile, come il tizio che aveva attaccato un pezzo di rastrello in fondo al suo carrello, e quanto tirava il drive in rough agganciava la palla per trascinarla avanti di qualche metro; o quello che cospargeva di burro di cacao la palla per imprimere meno spin al drive e guadagnare distanza; o ancora un signore che quando piazzava la palla ci metteva sotto una caramella, quelle con il buco, che fungeva da tee: all’impatto la caramella si polverizzava e non lasciava tracce.
Tutte queste sono infrazioni che vanno contro lo spirito del gioco, che non hanno nulla a che vedere con quello che è il vero senso del golf; tuttavia ci sono delle occasioni in cui trasgredire alle regole diventa un “gentlemen agreement”, addirittura una testimonianza di fair play. Mi è capitato, a volte, di sorvolare nei confronti di golfisti poco esperti che facevano qualche droppaggio un po’ troppo fantasioso, ma con uno score infarcito di doppi e tripli bogey, questo non avrebbe influito sulla loro prestazione finale e al contempo avrebbe loro concesso di giocare il loro colpo senza doversi cimentare in recuperi impossibili per le loro abilità. Non ho sinceramente trovato una buona ragione per essere puntiglioso e rovinare la loro giornata, infierendo ulteriormente sull’accanimento che gli dei del golf stavano dimostrando in quel momento.
Noi stessi, nelle nostre partitelle fra amici, sulle palle perse nel bosco adottiamo la regola del “buttane giù una in fairway”: non abbiamo voglia di tornare indietro a rigiocare e accettiamo che l’immaginario colpo rigiocato sia atterrato in mezzo alla pista: il colpo di penalità è già una punizione sufficiente. Questo mantiene viva la sfida fra di noi ed evita che chi sta giocando dietro al nostro team debba aspettare che liberiamo la buca per poter proseguire.
Mi rendo conto che questo sarebbe difficile da implementare a livello di regolamento, ma se a chi inizia a giocare a golf e scende in campo per le prime volte, anziché un numero spropositato di colpi di handicap – che spesso vengono sprecati nel tentativo di riportare in fairway una palla dal bosco, o di uscire da un bunker – venisse concesso un certo numero di mulligan, o di droppaggi liberi in mezzo alla pista, si otterrebbe il duplice vantaggio di velocizzare il ritmo del gioco e di consentire a chi è alle prime armi di divertirsi di più, senza dover subire le frustranti conseguenze di una palla dispersa in qualche meandro poco battuto del percorso.
Infrangere le regole può essere accettabile, ma solo se viene fatto alla luce del sole e nello spirito di preservare la bellezza e il divertimento di un giro di campo.