Il Pga Tour ha appena chiuso i battenti al Doral (dove è tornato sui green del Blue Monster dopo 10 anni di assenza) per il quinto Signature Event della stagione, che già vola al sesto super torneo 2026, il Truist Championship a Quail Hollow, per poi spostare la carovana direttamente al secondo major stagionale, il Pga Championship.
Ok: in questo fine aprile/inizio maggio frenetico, fermiamoci tutti un secondo e torniamo per un attimo con la mente alle immagini che sono giunte sui nostri teleschermi (e sui nostri social) da Miami e dunque dal Doral.
Ragazzi, diciamoci la verità: non c’era pubblico. Questo Cadillac Championship, più che un evento del Pga Tour, pareva un torneo pessimo del LIV, che difatti -non a caso- si dice stia per chiudere baracca e burattini.
Ora: se si fosse ai piani alti del Pga Tour, cosa è successo dal punto di vista mediatico al Blue Monster è la domanda da porsi.
La verità, dal mio punto di vista, è che non puoi decidere dal nulla che una gara sia un Signature Event e come diretta conseguenza aspettarti la folla plaudente. Soprattutto quando in città c’è un altro mega evento come un gran premio di Formula 1 e, non scordiamocelo, e pure un caldo fottuto.
Voglio dire: le cose non funzionano così e il LIV, se una lezione l’ha insegnata, è stata proprio questa.
Un torneo, per diventare “Signature”, ha bisogno di storia, di tradizione, di ricordi. Ha insomma bisogno di tempo, di grandi giocate, di rimonte epiche, di drammi imperdonabili, tuti da incorniciare nella mente. Per questo motivo il Memorial, l’Arnold Palmer, o il Genesis al Riviera sono grandissimi tornei, per non parlare poi del The Players.
Per dire, per attirare attenzione, non è stato neppure sufficiente il fatto che il Doral avesse ospitato i tornei del Pga Tour addirittra dal 1962: purtroppo, per la scellerata dicotomia esistente tra Trump, patròn della location, e il Tour, il Blue Monster è sparito dalla mente dei golfisti dal 2016, da ben 10 anni, per riapparire all’improvviso ai giorni nostri. Ma nel mentre, se il mondo è cambiato così tanto, così è cambiato il golf, i giocatori, e soprattutto è cambiato il pubblico: quello che segue oggi le vicende del circuito americano è in gran parte del tutto nuovo rispetto a quello del 2016.
Motivo per il quale, nominare Signature Event l’appuntamento di Miami è stata solo un’operazione tronfia e gretta da parte del Pga Tour: innalzare il montepremi, sperare che 20 milioni di dollari di moneta rendano il torneo uno spettacolo interessante da seguire per i tifosi e da giocare per i campioni non serve o comunque non è sufficiente.
Non è così che funziona la mente dell’appassionato. Il quale, se davvero lo è appassionato, vuole innanzi tutto sentire di camminare fianco a fianco alla storia del golf, e non solo a portafogli gonfi di dollari.