Aronimink, il major dove non basta tirarla lunga.
Ci sono campi che non devi presentare. Augusta, St Andrews, Pebble Beach, Oakmont: li nomini e hai già metà articolo scritto.
Aronimink invece no.
Per molti è quasi un oggetto misterioso. Nome elegante, storia enorme, ma pochissima familiarità per il grande pubblico. Ed è proprio per questo che il PGA Championship 2026 è interessante: perché si gioca su un campo che non tutti conoscono, ma che può mettere in difficoltà chiunque.
Aronimink Golf Club è a Newtown Square, in Pennsylvania, poco fuori Philadelphia. È un Donald Ross del 1928, restaurato da Gil Hanse e Jim Wagner per riportarlo più vicino alla sua identità originale: linee più aperte, bunker più strategici, green più interessanti e molte più decisioni da prendere.
Non è un campo che ti prende a schiaffi come Oakmont. È più sottile. Ti lascia spazio, poi ti chiede se hai scelto il lato giusto. Ti fa pensare di essere in controllo, poi ti mette davanti un secondo colpo dal rough, con un green rialzato e il bunker che ti guarda come il commercialista a fine anno.
Il punto è semplice: ad Aronimink non basta tirare forte. Bisogna tirare forte nel posto giusto.
E questa, nel golf moderno, è già una bella scrematura.
Il campo: 174 bunker e pochissime scuse
Aronimink giocherà intorno alle 7.400 yard, par 70, con 174 bunker. Sì, centosettantaquattro. Praticamente un villaggio turistico per chi ama la sabbia, ma senza mare e senza spritz.
Il dato però non è solo scenografico. I bunker qui servono a una cosa precisa: indirizzare il gioco. Ti fanno capire qual è l’angolo migliore, quale lato del fairway evitare e dove un errore “piccolo” può diventare molto fastidioso.
Il campo non dovrebbe essere un massacro puro. Non è l’idea di “sopravvivi e ringrazia”. Però sarà un test molto tecnico. Le statistiche chiave saranno probabilmente: Strokes Gained dai 150 metri in su, Driving Accuracy e Proximity to the hole.
Tradotto: devi essere lungo, preciso con i ferri, bravo a non fare danni e metterla più vicino possibile per evitare pendenze molto pericolose. Facile, no? Tipo montare un mobile Ikea senza litigare con nessuno, soprattutto sé stessi.
Uno degli elementi più duri saranno i par 3. La media supera le 214 yard, quindi non parliamo esattamente di wedge e via. La 8, par 3 in discesa da 242 yard, e la 17, par 3 da 229 yard con acqua a sinistra, saranno buche dove il par andrà benissimo.
La parte decisiva arriverà soprattutto nelle seconde nove.
La 10 è un par 4 da 472 yard con acqua vicino al green. La 11 sembra più gestibile, ma ha un green rialzato e bunker ovunque: il classico posto dove arrivi con un wedge in mano e dopo cinque minuti stai cercando su Google “lavori senza stress”.
La 12 è una delle più toste: tee shot in discesa, fairway stretto alla vista, bunker su entrambi i lati e secondo colpo in salita verso un green a due livelli. Non serve sbagliare tanto. Basta sbagliare nel lato giusto. Che ovviamente è quello sbagliato.
Poi c’è il finale.
La 13 è un par 4 corto e attaccabile, quindi automaticamente pericoloso. Perché nel golf appena dici “attaccabile”, qualcuno sente partire la musica da supereroe e finisce in un posto dove non dovrebbe essere.
La 15 è il mostro: par 4 da 515 yard, il più lungo sullo scorecard di un major. Qui servono due colpi veri. Non due colpi “quasi”. Due colpi da adulti.
La 16, par 5 da 555 yard, sarà una delle vere occasioni di birdie o eagle, ma solo con un secondo colpo preciso su un green largo ma poco profondo. La 17 può decidere il torneo con un ferro lungo e un lago sulla sinistra. La 18, par 4 in salita da 490 yard, non è una buca da effetti speciali: è una buca da mani ferme.
Il vincitore dovrà fare una cosa molto semplice: capire quando attaccare e quando non fare il fenomeno.
Che nel golf, spesso, è la cosa più difficile del mondo.
I favoriti: oltre Scheffler e Rory c’è vita
Facciamo subito pulizia.
Scottie Scheffler e Rory McIlroy sono ovviamente i primi due nomi. Non serve girarci troppo intorno. Scheffler è la tassa tecnica del golf mondiale: se il campo chiede ferri, controllo e gestione dell’errore, lui è dentro la conversazione per forza. Rory ha il ceiling più alto: se guida bene, accorcia il campo e mette anche solo decentemente, può vincere ovunque.
Bene. Detto questo, sarebbe noioso fermarsi lì. E anche un po’ pigro. Quindi guardiamo altri tre nomi che ad Aronimink hanno molto senso.
Xander Schauffele è probabilmente il profilo più pulito della settimana.
Non è quello che fa sempre urlare “wow” al giovedì mattina, ma è quello che al sabato sera è in top 5 e tu dici: “Ah, giusto, ovvio”. Solido dal tee, forte con i ferri, stabile nei major, abbastanza freddo da non trasformare ogni buca complicata in un piccolo dramma familiare.
Aronimink chiede continuità. Xander vive di continuità. Può fare birdie dove serve, evitare il disastro dove il campo si incattivisce e restare lì fino alla domenica. Non è la scelta più sexy, ma spesso i major non li vince il più sexy. Li vince quello che sbaglia meno.
Viktor Hovland è il nome da guardare con attenzione vera.
Il motivo è semplice: i suoi numeri sugli approcci medio-lunghi sono perfetti per questo campo. Su un percorso con par 3 lunghi, par 4 pesanti e tanti secondi colpi dai 175-200 yard, Hovland ha un profilo molto interessante.
Ha già giocato bene su campi di Donald Ross, incluso il secondo posto al PGA Championship 2023 a Oak Hill. E quando il ball-striking gira, può costruire vantaggio prima ancora di dover inventare qualcosa intorno ai green.
Il punto debole lo conosciamo: il gioco corto. Con Hovland, se manca un green, il battito cardiaco dei suoi tifosi sale più velocemente del prezzo di un volo Easyjet dopo che scegli il posto e il bagaglio. Però se i ferri funzionano, può limitare il problema. Se deve vincere un major, questo tipo di campo ha senso.
Cameron Young è la scelta più esplosiva ma anche razionale.
Ha potenza, altezza di palla e abbastanza aggressività per mettere Aronimink sotto pressione. La distanza dal tee può essere un vantaggio enorme, soprattutto su par 5 e par 4 lunghi.
Il problema è che finora Young nei major è spesso sembrato uno con tutto il necessario per vincere, tranne il momento in cui bisogna effettivamente vincere. È un dettaglio, ma abbastanza rilevante. Quest’anno ha vinto il The Players con personalità, ha dominato sul Blue Monster ed è sicuramente uno dei più in forma del gruppo.
Aronimink però può dargli una chance vera. Se usa la potenza con cervello, può prendersi vantaggi importanti. Se parte in modalità “adesso vi faccio vedere io”, il campo gli farà vedere prima lui.
Le super sorprese: nomi da dati, non da copertina
Qui viene la parte più interessante, perché su un campo come Aronimink non basta dire “questo è in forma”. Quella è roba da preview scritta con una mano mentre si cerca il caricatore del laptop.
Aronimink non è un campo da nomi simpatici. È un campo da incastri. E questi quattro, per motivi diversi, hanno molto più senso di quanto dica il rumore intorno a loro.
Min Woo Lee è il nome più elettrico della lista. Che nel suo caso significa una cosa molto semplice: può farti sembrare un genio o rovinarti il pranzo della domenica, a volte nella stessa buca.
Però il fit con Aronimink è reale. Il campo può valorizzare la sua forza dal tee e arriva da due segnali interessanti: T18 al Cadillac e T14 al Truist, quindi non parliamo di un nome tirato fuori dal cilindro solo perché fa figo. Profilo tra i più interessanti del field, vista la posizione in top 10 in total driving e l’assenza di veri buchi evidenti nel gioco.
Il suo caso è abbastanza chiaro: ha potenza e abbastanza qualità sugli approcci medio-lunghi per non subire completamente i par 3 da oltre 214 yard di media. Su un campo dove la 9 e la 16 saranno occasioni vere, e dove la 15 chiederà due colpi seri, Min Woo ha il motore per guadagnare colpi dove altri si limitano a difendersi.
Il rischio? Il solito. Se perde controllo, Aronimink non lo accompagna gentilmente verso il bogey: lo prende, lo mette in un bunker e gli chiede di riflettere sulle sue scelte. Però se resta dentro il piano, è uno dei pochi outsider con abbastanza fuoco per salire davvero in alto, non solo per fare una dignitosa top 28 che non ricorderà nessuno.
Si Woo Kim è il nome più da modello statistico. Non sempre il più affidabile emotivamente, certo. Con Si Woo c’è sempre quella piccola sensazione che possa giocare golf perfetto per 14 buche e poi decidere improvvisamente di testare i limiti della fisica. Però i dati per Aronimink sono molto, molto seri.
Il numero che conta più di tutti: è primo sul PGA Tour negli approcci da 175-200 yard, una statistica enorme per questa settimana. Aronimink vive di ferri medio-lunghi, par 3 pesanti e secondi colpi dove non basta arrivare in green: bisogna arrivare nella sezione giusta. In più, è uno dei migliori del tour in driving accuracy, terzo con il 69,92%.
Questo è esattamente il tipo di profilo che mi piace su un Donald Ross restaurato: fairway, angolo giusto, ferro preciso, niente circo. Non deve dominare il campo con la potenza. Deve mettersi dalla parte corretta e continuare a colpire green mentre gli altri iniziano a fare amicizia con i 174 bunker.
Se il torneo si gioca su precisione, ferri lunghi e bogey avoidance, lui può stare lì. Se invece diventa una sparatoria di birdie e personalità, qualche dubbio resta. Ma come nome da analisi profonda, Si Woo Kim è molto più interessante di tanti nomi più rumorosi.
Aaron Rai è la sorpresa sporca, quella da campo difficile. Non ha il motore dei grandi bombardieri, e su quasi 7.400 yard questo non si può ignorare. Però Aronimink non sarà solo una gara di velocità. Sarà una gara di angoli, controllo, fairway e pazienza. E Rai, in quel tipo di golf, può diventare fastidioso come una riunione messa alle 18:30 di venerdì pomeriggio.
Il dato principale è la precisione: è quinto sul PGA Tour in driving accuracy, con il 69,49% di fairway presi. Su un campo dove sbagliare lato può essere più grave che sbagliare distanza, questa non è una statistica da sottovalutare.
Rai ha senso perché riduce il caos. Non è uno che vive di highlight, ma di ordine. Trova fairway, costruisce buche, evita spesso l’errore stupido. Se Aronimink resta severo, con punteggio umano e tanti giocatori costretti a difendersi, lui può infilarsi nella parte alta della classifica senza fare rumore.
Alex Smalley è il nome più ricercato della lista. Quello che non metti per fare scena, ma perché hai guardato davvero il tipo di campo.
Top 10 sul Tour in proximity, sette top 25 nelle ultime nove partenze e già un paio di top 30 in tre presenze al PGA Championship. Non è ancora un nome da grande copertina, ma i dati raccontano un giocatore in crescita, molto più solido di quanto sembri.
E qui il collegamento con Aronimink è diretto. Se il campo chiede di mettere la palla nel quadrante giusto del green, la proximity diventa una statistica pesantissima. Non basta prendere il green. Su questi green, se sei nel settore sbagliato, hai formalmente preso il green ma emotivamente sei già in difficoltà.
Smalley non ha la potenza di Min Woo, né il nome di altri outsider più chiacchierati, ma ha una qualità che su Aronimink può pesare tantissimo: può costruire giri puliti con i ferri. E in un major, soprattutto su un campo poco familiare a molti, questa è una valuta vera.
Il dubbio è la tenuta da grande evento. Stare bene nei dati è una cosa. Stare bene quando la domenica il leaderboard inizia a pesare è un’altra. Però tra i nomi profondi, Smalley è uno dei più sensati: forma recente, precisione, proximity e profilo da campo tecnico.
Non è il nome da titolo urlato. È il nome da “se fa top 10, poi tutti diranno che era ovvio”. Che è esattamente il tipo di sorpresa che mi piace.
Il mio schema per vincere ad Aronimink
Per vincere questa settimana serviranno cinque cose.
- Distanza utile, non solo bombe a caso.
- Approcci forti dai 150 metri in su, perché il campo vive lì.
- Bogey avoidance, perché Aronimink non sempre ti distrugge, ma ti rosicchia.
- Putting solido, soprattutto sull’evitare i 3 putt.
- Strategia, perché attaccare tutto è stupido, ma non attaccare mai è inutile.
Il mio gruppo principale è quindi: Rory McIlroy, Scottie Scheffler, Xander Schauffele, Viktor Hovland e Cameron Young.
Se devo scegliere un nome secco, scelgo Rory McIlroy.
Non è la scelta più tranquilla, perché Rory tranquillo non lo è mai. Rory è sempre un mix tra talento generazionale e “per favore non complicarti la vita da solo”. Però Aronimink può dargli quello che gli serve: driver, angoli, par 5 attaccabili e abbastanza spazio per trasformare la potenza in vantaggio reale.
Sarà una settimana spettacolare
Il bello di questo PGA Championship è che arriva in un posto meno scontato.
Aronimink è un campo di quelli che non premia il pilota automatico. Devi pensare, scegliere e accettare che a volte il par è un ottimo risultato e che provare a fare il fenomeno può essere il modo più rapido per diventare materiale da highlights, ma dalla parte sbagliata.
Questa settimana vincerà chi saprà leggere Aronimink prima ancora di colpirlo. Chi capirà quando spingere e quando mettere via l’ego. Chi alla 15 penserà prima a sopravvivere, alla 16 avrà il coraggio di attaccare, alla 17 non farà stupidaggini e alla 18 arriverà ancora lucido.
Perché alla fine è sempre lì che i major fanno selezione. Non sul colpo più bello. Ma sul colpo giusto.
E ad Aronimink, il colpo giusto conterà molto più del colpo spettacolare.