L’abbrutimento culturale dei buffet post gara

Noi siamo la vita che ci raccontiamo, scriveva James Hillman. Parafrasandolo, mi verrebbe da dire che noi invece siamo diventati i golfisti che divorano i buffet del dopo gara.

Mi spiego: recentemente ho provato sulla mia pelle quel brivido da abbrutimento, quello che ti assale quando sei testimone di un imbarbarimento che non ti aspettavi ma che invece era già planato sulla tua vita golfistica da un bel pezzo e di cui non ti eri accorto.

Il futuro è già qui, si usa dire oggi: ecco, io quel futuro-presente non lo avevo ancora così tanto messo a fuoco.

Ora: per una volta, lasciamo stare Alì Babà e i 40 ladroni che ogni weekend si aggirano in campo. Anzi, ignoriamoli pure e, se li rende così appagati, lasciamo loro i vinelli da quattro soldi che desiderano portarsi a casa così tanto da arrivare a infrangere le regole del golf. E invece questa volta inquadriamo un altro abbrutimento culturale di cui siamo tutti testimoni e che tutti però fingiamo di non vedere: il buffet del dopo gara.

Ragazzi, se è vero che l’evoluzione è il superamento delle regole fino a quel momento accettate, beh, non so che dire dell’evoluzione di un golf che, pur di richiamare persone in premiazione, è costretto a scrivere nelle sue locandine, o nel suo account Gesgolf, che al termine del torneo ci sarà l’aperitivo OFFERTO dallo sponsor. Voglio dire: la buona educazione ci dovrebbe aver insegnato da tempo che, buffet o meno, in premiazione ci si va, al di là del risultato, per onorare non solo quel tuo conoscente che ha vinto, ma soprattutto quel qualcuno che in quel giorno si è speso per farti divertire.

Non dovrebbe essere necessario doverlo scrivere in times roman, a chiare lettere: se lo si arriva a fare, significa che l’abbrutimento culturale è un baco che si è insinuato fra noi, noi che senza l’opzione del “magno aggratis” neppure ci paleseremmo al circolo. E significa anche che l’evoluzione che c’è stata negli ultimi anni all’interno delle club house ha virato al contrario: non verso un futuro migliore, ma verso le caverne del Pleistocene.

Certo, non è che la società là fuori dal green, quella in cui viviamo tutti i giorni, sia l’esempio più calzante per insegnarci le buone maniere: in fondo io stessa a volte mi domando a che serve questo articolo se oltre i cancelli dei nostri circoli tutto il mondo sta bruciando il buon senso, le buone maniere, il rispetto, e persino la grazia del saper vivere in armonia. Me lo chiedo, davvero. Però qualche volta è giusto avere delle priorità chiare in mente e rispettarle, anche se sono poca, pochissima cosa. E tra queste stesse priorità, per un giocatore di golf, ci dovrebbe essere il rispetto per lo meno dello sponsor, visto che già spesso gli manca quello nei confronti del campo, degli avversari e, ancor peggio, delle regole più basilari del gioco.

Ma come scriveva Nietzsche, “non si va lontani se non si sa dove si è”, e noi, i noi di cui sto parlando, siamo in un circolo di golf, dove la riverenza nei confronti del gioco e del luogo in cui si svolge la nostra vita sportiva dovrebbe venire prima di tutto. Ma ce ne siamo dimenticati. E infatti non andiamo da nessuna parte, se non all’indietro.


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