Esiste una categoria di golfisti che ho sempre sottovalutato e me ne rendo conto solo ora, pentendomene amaramente. Sono i cosiddetti cercatori di palline, quelli che, esattamente come i cercatori di funghi, vanno in campo con lo scopo principale di portare a casa non lo score -non sia mai!- ma il maggior numero di scamarce che trovano per ruscelli, ruscelletti e boschi vari.
Magari agganciano il driver, cercano la loro palla ormai quadrata tanto è vecchia, la trovano pure perché sono come dei setter infallibili, ma nel mentre vanno a caccia di altre due o tre Penfold o Inesis o Top Flite o qualsivoglia marca marcia, perdendo minuti preziosi e scavando solchi profondi nelle scatole di noi smazzatori che giochiamo con loro.
Ora, perché mi trovo a rivalutarli ampliamente? Perché fermiamoci per un attimo a ragionare: in ognuno di noi esiste nel profondo del nostro DNA un raccoglitore addormentato, nascosto, celato e dimenticato nelle nostre cellule più profonde. In fondo noi siamo stati, per il 99% della nostra storia, ben prima di diventare nel Neolitico degli allevatori e dei coltivatori, siamo stati -dicevo- dei cacciatori e dunque dei raccoglitori.
Vagare oggi per i rough alla ricerca di palline marce e sperdute, in fondo, altro non è che un ritorno psicologico, romantico e selvatico alle origini dimenticate, quelle che abbiamo sacrificato sull’altare della vita moderna, quella totalmente tecnologica e assai più comoda che conduciamo nelle nostre esistenze. Ma cercare, comunque, oggi significa anche e soprattutto ricordare chi siamo, in un’epoca che invece ci ha letteralmente convinti che la vita significhi solo produrre.
E invece, cercare e raccogliere vogliono dire soprattutto indagare tra le esperienze, tra gli stupori, tra le meraviglie e l’inatteso.
Ecco: chi abbandona il fairway per addentrarsi nel bosco del rough, dove non esiste comfort, dove la sterpaglia è alta e fitta, godendosi l’aria fresca che si respira sotto gli alberi, si gusta un momento dimenticato: quello dell’attenzione assoluta e non più quella orribile e frammentata 3.0.
Non è dunque una inutile perdita di tempo quella del cercatore di palline, ma è memoria biologica che torna alla luce. Rispettiamola, allora.