Per chi non lo sapesse, io sono l’Imelda Marcos dei putter: lei scialacquava in scarpe (pure la qui presente, per carità, ma in misura mooolto minore NdR), io, invece, scialacquo in putter.
Più o meno da 45 anni, a casa mia, i putt hanno vita breve, se non brevissima: durano al massimo un paio di mesi. Poi, via: al primo errore sul bordo della buca, nella migliore delle ipotesi volano in cantina, nella peggiore volano direttamente in cielo, atterrando poi violentemente a terra in forma scomposta.
In sostanza, casa mia è il cimitero dei putt: quei pochi rimasti sono tutti sghimbeschi, storti o comunque impraticabili: li lascio lì, a memento di quelli nuovi che arrivano, che però sembrano non capire il futuro che li attende se non funzionano a dovere.
Il problema è che non capisco di che malattia io soffra: cioè, certamente patto male e so che è colpa mia, ma a ‘na certa, dopo qualche sbordatura di troppo, io inizio a vederli brutti, ‘sti putt maledetti. Inizio a odiarli. Inizio a vedere la testa che è storta anche se è dritta. Inizio a guardarli con fastidio, manco fossero un marito che mi ha messo le corna. Anzi, a dirla tutta, le corna le perdono, un putt che non funziona, no. Per me è come morto. E infatti poco ci manca che io lo seppellisca.
Forse si tratta di una forma di dismorfismo golfistico: il putt è stupendo, ma, se non imbuco, io lo vedo orrendo. E da lì, in quel momento preciso in cui mi convinco che è brutto, non esiste al mondo una sola possibilità che io mi ravveda: devo lanciarlo. Via. E avanti il prossimo. Ma, a dirla tutta e dunque a mia discolpa, è proprio la fiducia che ripongo nel prossimo putt a farmi andare avanti e a non piantarla lì: perché sono certa che nel mondo, come esiste un’anima gemella per ciascuno di noi, deve pur esserci da qualche parte anche un putter perfetto per me. E io lo sto cercando da 45 anni.