Un bellissimo pezzo vergato Gramellini uscito martedì sul Corsera circa la vittoria di Kimi Antonelli nel Mondiale di F1, ha acceso dentro i miei neuroni stanchi una lucina sui giovanissimi talenti del Pga Tour (soprattutto NdR).
Scrive Gramellini: “Per fare un giovane come Kimi, serve un adulto come Toto Wolff, il manager della Mercedes, uno capace di “vederti” quando sei ancora sconosciuto a te stesso, un adulto che ti protegga senza soffocarti, che ti sgridi senza umiliarti”.
Mai parole furono più vere in generale, soprattutto se, come in questo caso, in questo finale di stagione americana, stai seguendo come me le vicende altalenanti delle ormai tantissime giovanissime stelline del Pga Tour, prima letteralmente osannate da media e pubblico quando vincenti, poi abbandonate a navigare a vista quando in crisi. Il tutto ovviamente prima dei loro 23 anni di età, quando “ancora puzzano di latte” (come si dice a Roma ) e, cosa ancor più grave, quando non sono ancora diventati uomini veri, fatti e finiti.
L’esempio più eclatante? Quello di Matthew Wolff. Ve lo ricordate, il 21enne dallo swing sghembo ma potentissimo, che, appena passato pro, è andato a vincere nei suoi primissimi tornei il 3M Open del 2019? E che poi è arrivato quarto al Pga Championship dell’anno dopo? Ecco: dopo la sbornia di copertine, interviste, attenzioni, applausi, dopo tutto questo champagne, che fine ha fatto realmente Matthew? Ve lo dico io: depressione profonda, ritiro dal Masters 2021 a metà giro, incapacità per un lungo periodo di farsi vedere giocare a golf e persino di uscire dal letto. Questa la sua cartella clinica. Quindi Wolff è letteralmente scappato sul LIV appena ha potuto, dove ha ottenuto quello che forse desiderava nel profondo: sparire. I radar non ne hanno notizie praticamente dal lontano 2022.
Qualche esempio più recente? Allora parliamo di Nick Dunlap, l’amateur capace nel 2024, a soli 22 anni, di bruciare Sam Burns nel finale dell’American Express e di vincere il torneo, per poi bissare il successo al Barracuda Championship nella stessa stagione. E ora, due soli anni più tardi? È 167simo in FedEx, quest’anno ha giocato 22 tornei, ma soprattutto ha mancato 12 tagli. Vittima di uno yips sul tee shot che gli ha provocato uno score di 90 colpi al Masters del 2025, fa fatica a riprendersi dalla pressione a cui è stato sottoposto.
E ancora: Luke Clanton, il dilettante che solo l’anno scorso, a 21 anni, giocava e quasi vinceva ogni torneo del Pga Tour al quale era invitato. Bene, dov’è oggi Luke? A lottare per la carta del circuito, in 123sima posizione della FedEx, con zero vittorie all’attivo, 23 tornei disputati e 11 weekend mancati. Uno su due, praticamente, quest’anno li ha trascorsi a casa a leccarsi le ferite.
Ora, gli esempi potrebbero andare avanti con Karl Vilips, messo sotto contratto addirittura da Tiger Woods, o con Neal Shipley, quello che, visto il suo curriculum, a inizio stagione era il candidato numero 1 al titolo di Rookie of the Year e che invece lotta in 119sima piazza per non finire sul Korn Ferry Tour.
Fortunatamente per loro (o sfortunatamente, dipende dai punti di vista), gli occhi pressanti dei media stanno dando in pasto ai tifosi nuova carne fresca di cui cibarsi: Jackson Koivun, 21enne stella di Presidents Cup e winner quest’anno del 3M Open alla sua terza uscita da pro, e, a partire dal giovedì di questa settimana, Blades Brown, 19enne al suo debutto da pro in Messico.
Tutto stellare fino ad ora per questi due ragazzi, ma, mi chiedo e vi chiedo, dove saranno tra due/tre anni? Spero in alto, sinceramente, ma temo per loro.
Perché, vedete, la storia, a parte rarissime eccezioni, insegna che quando sei stato sempre un vincente e quindi inizi così tremendamente giovane, senza indugio alcuni, la tua carriera sul circuito americano, prima o poi arriva (perché arriva sempre, fidatevi) quel maledetto momento in cui inizi a perdere, a mancare i tagli, ed è lì, proprio in quell’istante che sai riconoscere dalla crepa sul cuore che ti si forma, che la tua fiducia sta iniziando a evaporare. Ed è lì, in quel tunnel di dubbi in cui inizi a entrare, che ti rendi conto che, essendo così giovane, non hai ancora sviluppato tutti gli strumenti umani, psicologici e di esperienza, per poter sopportare tutto questo dolore e dunque per poter uscire più forte più prima dall’altra parte del tunnel.
La vita da atleta è dura, soprattutto in uno sport individuale come il golf: sei esposto al mondo e tutto il peso è sulle tue spalle. E allora, suggerisco io, per la salute mentale di questi ragazzi, lasciamo che queste stesse spalle diventino un po’ più larghe prima di gettarli in pasto ai leoni nell’arena.