Forse non ve ne siete accorti, o forse non vi siete mai fermati a ragionarci, ma in società come la nostra, che tende ad alienarci, a non riconoscerci più in ciò che facciamo, lo sport in generale, ma il golf soprattutto, hanno questo di positivo: ci allenano impegnandoci in compiti che non restano fuori di noi, ma piuttosto ci allenano a diventare la versione migliore di ciò che siamo.
Voglio dire: quando ci dirigiamo verso il campo, in verità ci stiamo dirigendo verso la persona che vorremmo diventare. Eppure, ciò che sento ogni weekend in club house è qualcosa di totalmente differente: ascoltando i continui racconti di “ruberie” e altre “furbate”, mi pare invece che il golf dei dilettanti del fine settimana stia velocemente degenerando in qualcosa di completamente diverso: in qualcosa cioè di alienante, inteso come una versione di se stesso che ci spinge coscientemente a compiere gesti o azioni finalizzati a realizzare qualcosa in cui, ragionandoci a mente fredda, non dovremmo poterci riconoscere.
Eppure accade. E allora, stando così le cose, il golf non diventa appunto più sport allenante, ma, come scrivevo prima, alienante.
Per questo motivo e mille altri mi sono parse vere e proprie boccate di ossigeno un paio di gesti straordinari che ho avuto il piacere di commentare durante i recenti match play della Presidents Cup e che raccontano esattamente ciò che il golf dovrebbe essere: una sana competizione nel pieno rispetto dell’avversario.
Mi riferisco al putt da 40 metri concesso da Scheffler al colombiano Echavarria, disturbato in precedenza da uno spettatore nel corso del suo tee shot finito per frasche, o alla buca concessa in doppio dai canadesi Taylor e Conners, dopo che la palla di quest’ultimo alla 2, terminata totalmente out of bounds, era stata rimessa in green, pronta per un tentativo di birdie, grazie a un assist alla Ronaldo da parte di uno spettatore.
Ecco: questi sono i gesti che definiscono il golf per il meraviglioso sport quale dovrebbe essere e, soprattutto, lo Spirit of The Game, di cui tanto hanno parlato nel corso degli anni passati mostri sacri come Nicklaus, Palmer o Gary Player e che ci insegna il conrinuo rispetto dell’avversario e del campo.
Insegnamenti, mi pare, che paiono ormai desueti sui campi degli amateur di circolo.
Peccato.