Augusta Masters: conto alla rovescia.
Se c’è un modo onesto per capire che tipo di stagione stiamo vivendo, è guardare la FedExCup senza romanticismi. In cima oggi troviamo Jacob Bridgeman con 1.069 punti, immediatamente seguito da Chris Gotterup con 1.066 e da Scottie Scheffler con 1.043. Ventisei punti separano il primo dal terzo. In un Tour dove un singolo birdie può spostare decine di posizioni in classifica, questa non è una distanza: è un battito di ciglia.
Questo dato da solo racconta già moltissimo. Non siamo in un’annata dominata da un tiranno tecnico che mette tutti in fila per mesi. Siamo in una stagione compressa, nervosa, dove ogni settimana conta davvero e dove la differenza tra comandare e inseguire è spesso una domenica giocata con il putter caldo invece che tiepido.
Bridgeman: la leadership costruita a colpi di regolarità
Jacob Bridgeman è in testa non perché abbia incendiato il Tour con una serie di vittorie, ma perché ha fatto qualcosa di molto più difficile: ha smesso quasi completamente di buttare via settimane. Negli ultimi cinque tornei giocati ha già messo insieme una vittoria, due top 10 e due top 20. Significa, in pratica, che ogni volta che si presenta al via porta a casa punti veri.
La sua media score stagionale è intorno a 67.4 colpi. Non è un numero da highlights continui, ma è il tipo di numero che, moltiplicato per quattro giri e per cinque settimane, costruisce una classifica. È il profilo del giocatore che magari non ti fa saltare dal divano il giovedì, ma che la domenica sera trovi sempre lì, con il conto in banca e quello della FedExCup che sorridono.
Non è un caso che sia già oltre i cinque milioni di dollari di prize money stagionale. Non perché vinca tutto, ma perché sbaglia pochissimo. Ed è spesso così che si costruiscono le stagioni che contano davvero.
Gotterup: quando il picco diventa una minaccia costante
Chris Gotterup è la versione più rumorosa di questa leadership. Due vittorie già in tasca, una media score che viaggia sotto i 65 colpi, circa 64.9, e la sensazione costante che quando trova il ritmo giusto il campo smetta di difendersi. Finora ha già superato i 3,5 milioni di dollari di guadagni, e siamo ancora nella prima parte dell’anno.
I suoi numeri raccontano un giocatore che non si limita a restare in corsa: quando le cose girano, le trasforma in trofei. È quello che oggi ha il “ceiling” più alto tra i tre davanti. La domanda che la stagione gli sta ponendo non è se può vincere, perché quello lo ha già dimostrato due volte. È se può restare rilevante anche nelle settimane in cui il motore non è al massimo dei giri come successo al Riviera la scorsa settimana. Se riesce a trasformare qualche giornata storta in un semplice top 20 invece che in un taglio mancato, allora smette di essere una sorpresa e diventa un problema serio per tutti.
Scheffler: la normalità che pesa come un macigno
Scottie Scheffler, a 1.043 punti, è tecnicamente “terzo”, ma nella percezione di chi gioca contro di lui resta il metro di paragone. La sua media score stagionale è intorno a 66.9, ha già incassato circa 3,4 milioni di dollari e continua a fare quello che gli riesce meglio: non concedere crolli.
Non sta dominando come in alcune stagioni recenti, ma è sempre lì. E nel golf professionistico questo è spesso più inquietante di uno che vince tutto per due mesi e poi sparisce. Scheffler è il giocatore che ti costringe a essere perfetto per batterlo. Non perché giochi sempre il giro della vita, ma perché raramente gioca un giro che gli fa perdere terreno vero.
In una stagione così compressa, questo tipo di affidabilità è quasi un superpotere.
Morikawa e gli altri: il secondo livello che non è così lontano
Dietro ai primi tre, il gruppo non è affatto disperso. Collin Morikawa ha già messo in bacheca una vittoria pesante a Pebble Beach e viaggia oltre i 4,2 milioni di dollari di prize money. I suoi numeri sugli approcci e sul controllo delle distanze restano tra i migliori del Tour, e quando un giocatore con quel tipo di precisione inizia anche a convertire le settimane buone in vittorie, smette di essere solo “quello che gioca bene” e diventa uno che fa paura nelle settimane giuste, in controtendenza rispetto al 2025.
Justin Rose, dal canto suo, ha ricordato a tutti che l’esperienza non è una statistica decorativa. La sua vittoria non è nostalgia, è gestione. I suoi dati nei round finali raccontano ancora un giocatore che sa come si chiudono i tornei, e in un contesto dove le differenze sono minime, saper chiudere vale oro. Il secondo posto dietro Rory dello scorso anno è il trampolino giusto per, finalmente, portarsi a casa la giacca verde in Aprile.
Tra certezze, stile e ossessioni
In mezzo a questo equilibrio nervoso, ci sono anche storie che meritano attenzione oltre la classifica secca. Rory McIlroy continua a vivere una stagione meno rumorosa del solito, ma con numeri che parlano di solidità vera: medie score stabilmente sotto i 68 colpi, weekend quasi sempre centrati e la sensazione costante che basti una settimana davvero calda per rimetterlo subito al centro della scena.
Tommy Fleetwood, invece, sta costruendo il suo 2026 sulla continuità, con score medi nella fascia 67-68 e con quella capacità molto poco appariscente ma preziosissima di trasformare settimane normali in top 15 e top 10 che fanno punti e tengono viva la classifica.
E poi c’è Jake Knapp, che ormai non è più solo una curiosità statistica ma una presenza fissa nei radar: i suoi numeri dal tee e la crescita nello scoring raccontano un giocatore che sta imparando a restare dentro i tornei, a non sparire dopo un buon primo giro, a trasformare il talento in abitudine. Forse non è ancora un vincente seriale, ma è esattamente il tipo di profilo che continui a guardare anche quando non vince. E sì, a questo punto, senza nemmeno far finta di essere imparziali, è diventato proprio un mio feticcio.
Una stagione di micro-differenze
Forse il dato più interessante del 2026 è proprio questo: le medie score dei migliori stanno in una forchetta strettissima, grosso modo tra 64.5 e 67.5 colpi. Sembra tanto, sul campo sono uno o due colpi a giro. Su quattro giorni fanno otto colpi. Otto colpi sono la differenza tra un top 5 e un weekend anonimo. Tra una copertina e una riga in piccolo nei risultati. Ecco perché la classifica è così corta e perché ogni settimana pesa come un macigno.
Il rumore di fondo chiamato Tiger
E poi c’è il capitolo che non è mai solo un capitolo: Tiger Woods e il Masters. Non c’è una conferma, non c’è un calendario chiaro, non c’è una certezza. Ci sono però le solite voci, le mezze frasi, le porte lasciate socchiuse. In pratica, il minimo indispensabile per rimettere il suo nome dentro ogni conversazione che conti davvero. Razionalmente, nessuno può aspettarsi un ritorno “da protagonista fisso”. Emotivamente, tutti sanno che se anche solo decidesse di presentarsi ad Augusta, la narrativa della stagione cambierebbe all’istante. È il classico caso in cui i numeri dicono una cosa, ma la storia del golf ne suggerisce un’altra. E finché quella porta resta anche solo socchiusa, continueremo a guardarla.
Una stagione che si vince con la calcolatrice
Il 2026, fin qui, non sta premiando solo il talento puro. Sta premiando la capacità di accumulare valore settimana dopo settimana. Non vince sempre lo stesso, ma i migliori sono sempre in zona. Ed è questa la differenza tra una stagione spettacolare e una stagione davvero competitiva: la seconda non si decide a colpi di highlight, ma a colpi di contabilità agonistica. Birdie presi quando puoi, bogey evitati quando devi, settimane storte trasformate in top 25 invece che in tagli mancati. È meno sexy, ma è esattamente così che si costruiscono le stagioni che poi ricordiamo come “quelle vere”.
E con la primavera che si avvicina, la sensazione è una sola: la strada per Magnolia Lane è tracciata, i numeri sono già lì a parlare. Adesso bisogna solo vedere chi saprà leggerli meglio degli altri e aggiudicarsi il primo Major della stagione.