Cercasi nuovo modello per circoli di golf

A volte, quando entro in un circolo di golf italiano, provo una strana sensazione: è come se quello stesso club che mi sta ospitando nel miglior modo possibile non sapesse realmente cosa è, cosa vorrebbe fare, o cosa vorrebbe diventare.

Lo so, è un feeling complicato da descrivere, ma dopo quarantacinque anni di frequentazione dei green nostrani, ho sviluppato una sorta di sesto senso per questo aspetto del nostro mondo golfistico: eppure, nonostante tutto, ancora non riesco a delinearlo con precisione chirurgica neppure a me stessa.

A parte rare eccezioni, ciò che in queste circostanze mi colpisce maggiormente è la sensazione di trovarmi all’interno di un microcosmo (il sodalizio dove sono ospite) che spesso non ha ben chiaro nella testa delle sue persone chiave e della maggioranza dei suoi soci di dover essere ormai considerato un’impresa a tutti gli effetti.

I club di golf, oggi, hanno bisogno di una visione imprenditoriale che parta innanzi tutto da un dato certo: quante sono le spese per gestire un campo di 18 buche? E come si desidera mantenere questo stesso percorso: con standard elevati per diventare un punto di riferimento per soci fidelizzati? O un polo turistico per swingatori stranieri? O, ancora, si preferisce gestire il tutto alla bell’è meglio per poter contenere i costi e tirare avanti in qualche modo?

Da qui, da questa visione ampia e da quei numeri che ne derivano, è necessaria una mentalità da imprenditoria seria e non da dilettanti. Cosa significa? Dal mio punto di vista, significa che ogni club di golf deve essere chiamato a creare ricchezza. Come? Creando, anzi, diventando un prodotto vendibile e desiderabile. D’altro canto, il circolo che sogna di chiudere l’anno economico in pareggio, secondo la mia modestissima opinione, è un club che alla lunga è destinato purtroppo a imboccare una pericolosa strada in discesa.

Fare impresa seria in Italia non è facile, si sa, ma non è impossibile, soprattutto quando si tratta di “piazzare” un prodotto che vanta un indice di gradimento interessante come il golf.

Ora: non basta continuare a fare dumping, come purtroppo da tempo fanno molti club, per sopravvivere; bisogna saper creare la “necessità” e il desiderio di giocare a golf in quelli che o non lo hanno mai sperimentato, o che si sono allontanati dalla pratica stessa.

Da qui, la necessità di affidarsi a manager competenti, non solo nella gestione sportiva ed economica del club, ma anche nella raccolta dei dati, numeri sempre più importanti da cui iniziare a stilare “surveys” da analizzare e studiare per progredire. Lo stesso discorso vale per la ristorazione, per la sempre bistrattata comunicazione e persino per lo sconosciuto merchandise: servono dirigenti di impresa che sappiano intercettare non solo i bisogni dei clienti fidelizzati, ma anche e soprattutto le aspirazioni di quelli che ancora non sanno di voler giocare a golf.

Ora, ogni circolo di golf che si rispetti ha due aspetti essenziali che lo caratterizzano: quello sportivo, nella cui organizzazione in Italia siamo bravissimi, e quello manageriale, dove invece, nel tempo della A.I., nella stragrande maggioranza dei casi navighiamo ancora a vista affidandoci a quelle stesse strategie che erano già obsolete vent’anni fa. Ma nel frattempo il mondo là fuori è cambiato e sta cambiando alla velocità della luce: purtroppo in molti club non se ne sono ancora accorti.

E ancora: temo sia finita l’epoca in cui i coach potevano restare chiusi nel loro circolo aspettando che i clienti piovessero dal cielo: oggi sta anche e soprattutto a loro uscire dai cancelli e cercare al di fuori dei confini del campo nuovi potenziali golfisti, attirandoli con una comunicazione targhettizzata e offerte cucite su misura. Ma di “maestri imprenditori” e anche di tutto il resto di cui ho vagamente accennato, purtroppo in giro vedo solo briciole.


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