Don Quixote con il ferro 7

Questa settimana si torna a parlare di Major, ma in pochi conoscono la storia del Mauice Flitcroft Member Guest Tournament che si gioca proprio in questo periodo a Grand Rapids in Michigan, sul campo del Blythefield Country Club. Il torneo è riservato ai golfisti con handicap superiore a 18, e dietro questa prestigiosa competizione c’è una vicenda che ha dell’incredibile.

Maurice Flitcroft era un operatore di gru al porto di Barrow-in-Furness, a nord di Manchester. Dopo aver visto in televisione Hale Irwin trionfare su Gary Player al World Match Play Championship del 1974, decise che il golf avrebbe cambiato la sua vita: comprò per corrispondenza una sacca con mezzo set e iniziò ad allenarsi strenuamente sulle spiagge di Barrow per prendere parte alle qualifiche dell’Open Championship.

Quando ricevette il modulo di iscrizione dalla R&A in cui gli veniva richiesta una prova del suo handicap di gioco, Maurice semplicemente marcò la casella in cui dichiarava di essere un professionista, venendo quindi ammesso d’ufficio, e così una mattina del 1976 si presentò sul tee di partenza al Fombry Golf Club. Concluse il suo giro in 121 colpi, 49 sopra il par, lo score più alto mai registrato in un giro di qualifica del British Open: Jim Howard e Dave Roberts, i suoi compagni di gioco, erano talmente esasperati che chiesero la restituzione della quota di iscrizione. Maurice dichiarò in seguito quella era la prima volta che aveva giocato un giro completo.

La Royal & Ancient e l’allora segretario Keith Mackenzie non la presero molto bene: cambiarono le regole per l’iscrizione alle qualifiche e bandirono per sempre Maurice da tutti i campi da golf del Regno Unito, ma lui non si diede per vinto: ci riprovò altre cinque volte, ricorrendo ad assurdi travestimenti e improbabili pseudonimi (memorabile quando si presentò sotto il nome di Arnold Palmtree); nonostante le sue “precauzioni” veniva puntualmente scoperto dopo poche buche e non riuscì mai a completare un altro giro di qualifica.

Open Championship 1976. L’esordiente Seve Ballesteros e il non qualificato Maurice Flitcroft (credit: Mirrorpix)

Fin dalla prima volta in quel 1976, le gesta di Maurice Flitcroft avevano fatto il giro del mondo conquistando le pagine sportive dei quotidiani, e nel 1978 il consiglio del Blythefield Country Club decise di istituire l’evento che porta il suo nome, con due aste in ogni green, per perdonare gli approcci erratici, e le buche tagliate più grandi del normale. Il premio più prestigioso è ovviamente riservato all’ultimo classificato, che oltre a detenere il trofeo per un anno ha diritto ad una sessione gratuita con il professionista del circolo. “È un omaggio al golf giocato male, quello che pratica la maggior parte di noi” sostengono gli organizzatori, “è una festa in cui la cosa importante è ridere, divertirsi e soprattutto alla fine delle diciotto buche andare a mangiare e bere tutti insieme”.

Nel 1988, in occasione del decennale della gara, Maurice fu invitato dagli organizzatori a prendere parte al torneo e fu accolto come un eroe: il pubblico di Grand Rapids lo seguì e lo supportò per diciotto buche, con urla, ovazioni ed applausi dopo ogni swing, a prescindere dall’esito del colpo.

Tutti noi siamo pervasi da questo senso romantico del gioco, in quelle giornate in cui va tutto storto, ma ci basta un colpo tirato bene per farci tornare la voglia di scendere in campo e riprovarci, pensando di aver capito tutto.

Jim Murray una volta scrisse “Don Quixote capirebbe il senso del golf”; credo che anche Maurice Flitcroft lo abbia capito perfettamente.


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