E se il PGA Championship fosse un match play?

Il PGA Championship giocato questa settimana a Valhalla era un torneo match play.

Per i suoi primi 39 anni, fino al 1957, una qualifica stroke play (a colpi) determinò un tabellone match play (scontri diretti) per eleggere il campione.

Sono stati i network televisivi americani  a fare pressione sulla PGA of America per cambiare il torneo a 72 buche stroke play, un format più favorevole alla pubblicità.

Nonostante questo sia il major più meritocratico dei 4 (si accede per criteri di qualificazione imprescindibili), mi unisco alla minoranza silenziosa che lo vorrebbe rivedere match play.

I match play nel golf professionistico a livello individuale, soprattutto ora che il WGC Match Play Championship all’Austin Country Club è terminato, sono praticamente inesistenti.

E allora perché non restituire al Pga Championship la sua identità originale?

Ogni major al di fuori del PGA Championship si contraddistingue per alcune caratteristiche.

Il Masters viene giocato ogni anno nella stessa location iconica. È il “Wimbledon” del golf.

L’Open Championship si gioca su un “rota” di percorsi con imprevedibilità di meteo, terreni duri e percorsi “links”.

Lo US Open è un test dove frequentemente alcuni percorsi “colossali” come Oakmont, Pinehurst, Pebble Beach vengono preparati al limite della giocabilità dall’antiquato direttivo della USGA.

Il PGA Championship premia normalmente il giocatore che utilizza meglio tutti i 14 bastoni della sacca… L’aspetto più unico è l’inclusione di 20 professionisti di club (teaching professional) che in genere hanno un ruolo cerimoniale.

Lo spettatore medio di certo non lo considera il miglior major, e sono certo che non occupi le prime due posizioni.

Rivedere i match play sarebbe meraviglioso.

Ad alto livello sono giocati solo nello US Amateur.

Nel “vecchio” format del PGA Championship in alcune edizioni i vincitori erano sottoposti ad una maratona di più di 200 buche!

I motivi per cui i match play sono andati via via ad esaurirsi sono stati  la TV, l’ospitalità e l’esperienza dei fan.

Nelle fasi finali del torneo ci sono meno match in campo, con il rischio di un finale noioso (e anticipato). I fan seguono pochi gruppi in campo piuttosto che distribuirsi su tutto il percorso.

Justin Thomas vincitore delle edizioni 2017 e 2022 del PGA Championship qui in azione durante l’ultima Ryder (fotoNP)

Una delle soluzioni la propone Sean Fairholm, editor di Mygolfspy (al quale mi sono ispirato per questo pezzo) ed io la condivido.

“Facciamo iniziare il PGA Championship di mercoledì con un campo pieno” dice Sean”i primi tre giri con gara stroke play (a colpi)”. Ogni giocatore avrebbe 54 buche per dimostrare di essere degno di entrare nel tabellone finale.

Venerdì, rimangono i migliori 16 giocatori. Ci sarà quasi sicuramente un playoff per entrare e per aggiungere spettacolo.

Sabato e domenica ci sono i due turni di match play per determinare il vincitore.

Ma non è finita.

Domenica pomeriggio ci sarà un altro match per vincere il major.

La novità potrebbe essere che il tabellone non sia l’unica modalità per la determinazione del campione major.

I primi 64 ragazzi dei primi tre giri giocherebbero infatti tutti nel fine settimana: non entrando tra i primi 16, si entrerebbe in un pool di partite round-robin per determinare la posizione finale nel torneo.

Ipotizziamo che ci possa essere un giocatore alla pari per il 60° posto dopo tre turni. Giocherà tre round di match play nel fine settimana contro altri giocatori in campo, tutti e tre davanti a lui, dato che ha passato a malapena il taglio. La vittoria nei tre match  migliorerà il suo risultato finale fino ad essere pareggiato per il 17° posto.

Questo assicurerebbe molto più golf nel fine settimana, anche se con maggior attenzione sui primi 16.

Potrebbe aumentare divertimento, tempi televisivi, match on demand da seguire per 18 buche senza interruzioni.

Che ne pensate?


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