La scorsa settimana si sono aperte le iscrizioni al G4D Open, il prestigioso championship dedicato ai golfisti con disabilità organizzato da The R&A e dal DP World Tour.
Dopo tre edizioni disputate a Woburn Golf Club, il torneo si prepara a una nuova fase: le prossime tre si giocheranno in Galles, sul percorso iconico del Celtic Manor Resort. Un cambio di scenario che segna un’evoluzione importante per l’evento, ormai punto di riferimento nel panorama del golf inclusivo internazionale.
Come accade per tutti i championship firmati da The R&A, anche l’accesso al G4D Open è regolato da criteri rigorosi: classe sportiva, posizione nel ranking mondiale WR4GD e handicap di gioco, per un totale massimo di 80 partecipanti. Un sistema selettivo che garantisce un livello tecnico sempre più alto e una competizione autenticamente rappresentativa.
Nel mio caso, l’ammissione è arrivata di diritto grazie al riconoscimento di Best Woman nella classe Standing 1. Un risultato che porta con sé entusiasmo e aspettative, soprattutto all’idea di confrontarsi su un campo come Celtic Manor. Eppure, insieme alla curiosità per il futuro, resta una sottile malinconia per ciò che si lascia alle spalle.
Woburn, infatti, non è stato solo un campo di gara. È stato un luogo capace di creare un legame profondo, costruito nel corso delle edizioni 2023, 2024 e 2025. Un posto che, senza retorica, ha saputo lasciare un segno.
Il ricordo più vivido risale al primo giro di prova della mia prima partecipazione. Sul tee della buca 1, l’atmosfera era quella tipica delle grandi occasioni: concentrazione, curiosità, un pizzico di tensione. Accanto a noi, un grande vaso pieno di tee in legno, da cui ciascun giocatore prendeva il proprio prima di iniziare.
Dopo un drive potente (non mio), uno di quei tee fece un salto imprevedibile, finendo proprio davanti ai piedi di uno degli accompagnatori. Raccolto quasi per caso, rivelò una scritta che lasciò tutti interdetti: apparteneva a Gianluca Vialli.
Era maggio 2023. Solo pochi mesi prima, Vialli ci aveva lasciati. Sapere che frequentava spesso Woburn rendeva già quel dettaglio significativo, ma la coincidenza — tra centinaia di tee — aveva qualcosa di difficile da spiegare. Un episodio che, per chi lo ha vissuto, è andato oltre il semplice caso.
Nel golf, più che in altri sport, esiste una dimensione silenziosa fatta di sensazioni, simboli, piccoli momenti che sfuggono alla logica ma restano impressi. Quello fu uno di questi. Un frammento di memoria che ancora oggi, a distanza di tempo, riesce a trasmettere la stessa intensità.
È anche per questo che il distacco da Woburn non è semplice. Perché alcuni campi non sono solo luoghi di gioco: diventano parte del percorso umano e sportivo di chi li attraversa. E, a volte, custodiscono storie che vanno ben oltre il risultato sullo scorecard.
