L’aneddoto più conosciuto sulla ragione per cui il golf si gioca su un giro di 18 buche tramanda che un gruppo di gentiluomini aveva la consuetudine, nel corso delle loro sfide, di concedere uno shot di whisky al vincitore di ogni buca, e la bottiglia tradizionale da 1/5 di gallone (i 750ml comuni ancora oggi) conteneva grossomodo 18 shots.
La storia invece, forse più prosaicamente, ci racconta che nel 1764 a St. Andrews, all’epoca un percorso a 12 buche, fu deciso di unire le prime quattro buche decisamente troppo corte in due sole buche più impegnative; del nuovo percorso a 10 buche, 8 venivano giocate nelle due direzioni, producendo così un giro completo da 18 buche, che fu però reso istituzionale solamente nelle regole redatte dalla R&A nel 1842.
Quel numero, diciotto, è da allora radicato nella tradizione golfistica, ma negli ultimi anni sta prendendo piede l’idea di un golf in “formato ridotto”, e personalmente sono convinto che questa sia una tendenza molto positiva. Nei calendari di circolo sono sempre più frequenti le gare a 9 buche, che ti permettono di ridurre l’impegno in termini di tempo e sforzo fisico. Da un po’ di anni a questa parte sono sempre più rare le occasioni in cui mi trovo a giocare una gara in formula singola sulla distanza delle 18 buche, ormai riservata solo alle louisiane e alle 4palle con gli amici, che sono mentalmente e fisicamente meno faticose; quando gioco in singolo immancabilmente verso la 13 o la 14 comincio ad accusare un calo di concentrazione (il mal di schiena viene tenuto sotto controllo da una oculata assunzione di analgesici ogni 6 buche), e sugli ultimi fairway arranco con il solo obiettivo di arrivare in club house e sedermi davanti ad una birra. Questa stanchezza della mente e del corpo è sicuramente esacerbata dal fatto che negli ultimi dieci anni i tempi di gioco si sono allungati enormemente, un problema che riguarda sia il golf professionistico che quello amatoriale, e 5 ore sul campo da golf (ormai diventate la norma) sono davvero troppe.
La “partitella” o la gara su 9 buche concede a me e ai miei amici di trovarci al golf anche durante la settimana verso le 5 del pomeriggio e riuscire a completare il nostro “mezzo giro”, senza togliere nulla al piacere e al divertimento del gioco. Confesso che la gara su 9 buche mi lascia una leggera sensazione di incompiuto e nella mia testa 12 sarebbe il numero perfetto, ma sono consapevole che questo è un retaggio del fatto che sono nato e cresciuto sul giro completo.
Da diversi anni Jack Nicklaus promuove l’idea del golf in formato ridotto sostenendo che questo comporterebbe innumerevoli vantaggi, che vanno dalla migliore e più efficiente manutenzione del campo alla possibilità di avvicinare a questo sport tante persone che non hanno la possibilità di dedicare al golf tutto il tempo che abitualmente richiede. La maggior parte degli altri sport, dal calcio, al basket, al tennis, non occupa più di un’ora e mezza di tempo, al massimo due: è vero che questi sport sono fisicamente più faticosi, ma il golf richiede una concentrazione e uno sforzo mentale che alla fine delle 18 buche ti lasciano ugualmente stremato.
Non dico che non si dovrebbe più giocare sulla distanza delle 18 buche: le gare più prestigiose, come le classiche Coppa del Consiglio, Coppa del Presidente, o i campionati di varie categorie, possono e devono essere giocate sul giro completo, ma la norma per le gare del weekend dovrebbe diventare il formato a 9 buche; ci sarebbe la possibilità di scendere in campo, durante i giorni di gara, anche per chi preferisce fare una partita con gli amici, e chi proprio ha voglia di fare il giro completo potrebbe, dopo la gara e una lunga pausa ristoratrice, tornare in campo per un “mezzo giro” non competitivo. Credo che molti giocatori non si troveranno d’accordo con me, legati alla tradizione numerica, ma sono convinto che sia solo una questione di abitudine e che adottare questo formato ridotto porterebbe grandi benefici al gioco e ai giocatori.
Fu il designer Ludwig Mies van der Rohe ad elaborare il principio filosofico ed estetico “Less is More”, che negli anni ha trovato applicazione in moltissimi campi, e forse è arrivato il momento di portarlo anche sul campo da golf.