Modernità, come ha più volte scritto Zygmunt Bauman, significa molte cose, ma c’è un tratto della vita attuale e della sua organizzazione che forse si distingue come la “differenza che fa la differenza”, l’attributo sociale da cui tutti gli altri conseguono.
Tale attributo, come chi segue Bauman ormai sa benissimo, è la cosiddetta “liquidità” della società in cui viviamo.
In un mondo in cui politica e potere convivono ma non comunicano, in cui i poteri locali cedono alle liberalizzazioni lasciando di fatto il controllo dei processi economici e culturali alle enormi forze di mercato esistenti e dismettendo così la propria podestà, il precariato è diventato la più grande categoria sociale esistente. E come si vive, o meglio, come si sopravvive nel precariato?
Essendo liquidi. Vale a dire non conservando mai a lungo la propria forma, restando sempre inclini a cambiarla e muovendosi nel proprio raggio d’azione con estrema rapidità. Esattamente come fanno i fluidi.
Bisogna insomma imparare a vivere nel transitorio, nel temporaneo, perché in una società liquida come quella in cui ci arrabattiamo tutti, l’instabilità è la nuova normalità.
Ora, dopo questo lungo preambolo, mi chiedo e vi chiedo: ma non sarà che anche il golf è liquido? Non è lui stesso definibile come “l’arte di camminare lungo il percorso senza un orientamento sicuro, senza provare vertigini, ma accettando la confusione che può scatenarsi a ogni colpo che tiriamo?”.
Non è forse tutto qui il segreto per dominare il golf? Essere cioè liquidi, ovviamente nell’accettazione moderna del termine?
Voglio dire: se la società di oggi ci impone di vivere quotidianamente nel transitorio e nel temporaneo, lo stesso non fa il nostro sport? E ancora: se l’esistenza è diventata una successione continua e rapida di nuovi inizi, il golf non è forse lo specchio di questa stessa società, dal momento che ogni colpo rappresenta lui per primo un nuovo inizio?
E allora, da questo disorientamento collettivo e, nel nostro caso anche golfistico, come se ne esce e, soprattutto, come si sopravvive? Restando liquidi, certamente, capendo e accettando ciò che di continuo ci accade in tempo reale e contemporaneamente riuscendo a plasmarci il più velocemente possibile rispetto a ciò che quell’attimo (o quel colpo) ci richiede. Bisogna insomma saper essere capaci di adattarsi alle modificazioni continue in cui la nostra vita e il nostro gioco, nel bene e nel male, ci pongono.
Esattamente come fanno i fluidi, che non conservano mai la loro forma, ma sono inclini a cambiarla: non è forse vero che essi scorrono, traboccano, filtrano, tracimano, ma non restano mai uguali a se stessi? Si adattano alla realtà mutevole che incontrano. Così dovremmo essere noi golfisti per dominare quel poco che si può dominare del gioco: liquidi. E, infine: qualsiasi cosa accada nella vita o in campo, anche nella situazione più precaria, dovremmo sempre restare capaci di sperare. Ma non passivamente, piuttosto agendo per rendere quella speranza più concreta. E realistica. In fondo siamo ancora esseri umani e pure dei golfisti potenzialmente attivi: non lasciamo dunque che le nostre (anche se scarse, sportivamente parlando) capacità vengano travolte dal transitorio. Se dunque l’instabilità è oramai un imperativo in campo e soprattutto fuori dal campo, facciamola divenire una nostra sana abitudine da cavalcare manco fosse un’onda.
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