PGA Tour 2026: zero alibi.
La stagione del PGA Tour inizia ufficialmente alle Hawaii, ma il Sony Open alle Hawaii non è un semplice “via”. È un azzeramento. Qui non arrivano narrative già scritte, non arrivano certezze, non arrivano scuse. Arrivano giocatori che devono dimostrare, subito, se l’inverno è stato costruzione o solo storytelling.
Storicamente, il Sony Open è uno dei tornei meno indulgenti con le illusioni di inizio anno. Non perché sia il più difficile in assoluto, ma perché non concede scorciatoie. Negli ultimi dieci anni, il punteggio vincente è quasi sempre oscillato tra -17 e -23, ma senza mai dare la sensazione di “campo facile”. È un accumulo costante, chirurgico, che premia chi sa stare dentro il giro per quattro giorni consecutivi. E a gennaio, quando il ritmo non è ancora automatico, questa è una richiesta pesantissima.
Waialae: corto, stretto, selettivo
Il Waialae Country Club è uno dei campi che più chiaramente raccontano una cosa: la lunghezza non è una strategia. Par 70, poco sopra le 7.000 yard, ma regolarmente tra i percorsi con fairway più stretti del Tour. Non è raro vedere qui driving accuracy sopra il 65% per chi resta competitivo nel weekend, e non è un dettaglio.
I green sono piccoli, mossi, e storicamente tra quelli che penalizzano di più chi sbaglia lato. A Waialae non basta colpire il green: devi colpirlo nel punto giusto, perché i putt in discesa diventano rapidamente ingestibili. È uno dei motivi per cui questo torneo tende a esaltare giocatori con grande controllo delle distanze piuttosto che profili iper aggressivi.
Il tipo di golf che vince qui
Se guardi chi ha vinto o chi ha costantemente fatto top 10 a Waialae negli ultimi anni, il pattern è chiarissimo. I migliori performer sono quasi sempre giocatori sopra la media negli approcci e molto stabili nella gestione dello score. Qui non servono giornate da -9: servono quattro giri sotto il par senza crolli.
Un dato interessante: nelle ultime edizioni, i vincitori hanno quasi sempre guadagnato più colpi dal secondo colpo in poi che dal tee. È un torneo che si decide tra ferro medio, wedge e putter, non con il driver. Ed è per questo che Waialae è spesso uno dei primi veri test “da professionista adulto” della stagione.
I tre che devono vincere
Il Sony Open, quando arriva a domenica, non ama gli equivoci. Negli ultimi anni Waialae ha sempre portato davanti profili coerenti con se stessi, giocatori che non hanno bisogno di reinventarsi per essere competitivi. E anche nel 2026 il cerchio si stringe abbastanza chiaramente.
Russell Henley è la definizione di “fit naturale”. A Waialae non deve fare nulla di diverso da ciò che fa meglio da anni: controllo totale del gioco, pochissime sbavature, score sempre sotto pressione ma mai forzato. È uno dei giocatori con il miglior rendimento storico su campi par 70 tecnici e, soprattutto, uno che raramente spreca settimane favorevoli. Se il torneo diventa una gara di pazienza, Henley è sempre lì quando gli altri iniziano a guardare troppo la leaderboard.
Collin Morikawa resta il talento più “logico” del field. Waialae gli consente di giocare un golf estremamente pulito, senza chiedergli di essere aggressivo dal tee. È uno di quei campi dove può guadagnare colpi senza mai sembrare dominante, ed è proprio questo che lo rende pericoloso. Se il putter non lo tradisce nelle prime 36 buche, il suo nome tende a sedimentarsi in alto con una naturalezza quasi inquietante.
J.J. Spaun completa il trio non per hype, ma per momento. Arriva alle Hawaii con una continuità che a gennaio pesa tantissimo. Il suo gioco è strutturato, bilanciato, e soprattutto privo di veri punti deboli. Waialae è il tipo di campo dove un giocatore così può costruire il torneo senza mai doverlo forzare. Se entra nel weekend entro due colpi dalla vetta, diventa automaticamente uno dei favoriti reali, non teorici.
I tre che possono rompere tutto
Il Sony Open non è il torneo dove nasce l’outsider romantico. È quello dove emerge l’outsider funzionale: giocatori che non devono forzare nulla, che sanno stare dentro il giro e che su un par 70 tecnico diventano improvvisamente rilevanti.
Mark Hubbard è l’outsider che piace a chi guarda il Tour con continuità. Hubbard è uno dei giocatori più sottovalutati quando il campo richiede disciplina e pazienza. Non è uno che ti vince il torneo con una fiammata, ma è perfettamente capace di infilare quattro giri solidi senza mai uscire dal flusso. A Waialae, dove la leaderboard tende a comprimersi, questo tipo di profilo diventa improvvisamente molto scomodo per chi sta davanti.
Dylan Wu è un nome che dice poco al pubblico generalista, ma molto a chi guarda i dati con attenzione. Il suo profilo è perfetto per settimane come questa: controllo, ritmo, pochissima dispersione. Wu è uno di quei giocatori che non vedi quasi mai fare +3, ma che accumula giri solidi con una naturalezza disarmante. A Waialae, dove il campo non chiede mai di forzare, questo tipo di continuità diventa un’arma vera, soprattutto se il vento entra a spezzare il ritmo dei favoriti.
Adam Schenk è un outsider molto più interessante di quanto venga percepito. Il suo gioco si adatta bene ai percorsi che non chiedono di attaccare sempre, ma di scegliere quando farlo. Waialae gli toglie pressione dal tee e gli permette di lavorare molto con ferri e wedge, che sono storicamente le sue armi migliori. Se trova una buona partenza, è uno di quei giocatori che può infilarsi in top 10 senza mai sembrare fuori posto.
Perché questo torneo pesa
Il Sony Open non definisce la stagione, ma la indirizza. È uno di quei tornei che, a fine anno, tornano sempre utili. Perché chi fa bene qui tende ad avere un 2026 solido, coerente, magari non clamoroso, ma estremamente produttivo.
Il PGA Tour riparte da Waialae senza urlare, ma dicendo subito una cosa molto chiara: il golf del 2026 non aspetta nessuno. E chi non è pronto a gennaio, spesso se ne accorge troppo tardi.