Tutto migliora ma non il putt

E’ incredibile a dirsi, ma nell’era dell’uomo che si fonde con il Cloud, nell’era nella quale tutto è possibile e ormai alla portata di un click grazie a Chapgpt, nell’era nella quale tutto è perfettibile fino all’estremo immaginario, esiste ancora qualcosa che non migliora. Anzi, regredisce.
Si tratta del rendimento del putt sui green del Pga Tour, che, se confrontato oggi con quello del 2005, cioè con quello di oltre venti anni fa, ci lascia meravigliati e perplessi di fronte a un inaspettato mancato progresso.

Basta osservare i dati numerici riportati nella tabella: comunque li si guardi, e’ inutile girarci troppo intorno, oggi si imbuca meno di ieri. Si tratta di minuscole percentuali in meno, per carità, ma comunque… in meno.
Ed è incredibile a pensarci, soprattutto in uno sport dove l’arrivo della tecnologia e dei nuovi materiali ha di fatto segnato passi chilometrici in avanti in quanto a precisione e potenza con i colpi lunghi. Ma non sul putt, dove, nonostante mallet o blade dí ultimissima generazione e nonostante green che regalano rotoli di palla sempre più puri, i campioni moderni faticano più di ieri a centrare la buca.
Eppure la tecnologia esiste anche sul putt. Eppure i metodi di allenamento sono progrediti a dismisura anche in questo settore. Eppure gli psicologi insegnano oggi più di ieri come essere performanti a tre metri dalla buca. Quindi la domanda sorge spontanea: com’è possibile questo piccolo regresso?
Secondo il pro Andrea Zanardelli, questi numeri “raccontano molto della semplicità del putt, un colpo che resta tecnicamente molto essenziale, eseguito con uno strumento che non può più di tanto essere migliorato tecnologicamente”
Un Putter in fondo resta anche nel 2026 un Putter e per far rotolare la palla in buca serve in fondo solo leggere bene la linea e tenere le mani ferme, aggiunge ancora Zanardelli.
In definitiva, dove ci sono poche variabili non può esserci troppa evoluzione. Ci può essere istinto, o magia, o talento, o immaginazione: chiamatelo come più vi aggrada, ma alla fine nel putt, un colpo dove il bastone si muove a malapena per 50 centimetri su una linea più o meno retta, restiamo pur sempre nell’ambito dell’umano. Molto di più che sul driver. E forse la risposta al quesito di cui sopra sta proprio qui: il putt alla fine dipende solo dalle mani umanissime dell’uomo. Non ancora, per fortuna, dalla sua prossima (e assai vicina) evoluzione integrata con una futuristica AI.


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