Cuore matto, bogey fatto

Cuore matto, bogey fatto.

I guardoni delle cose del green lo avranno certamente notato: da qualche tempo, per la precisione dalla scorsa estate, durante le dirette dal Pga Tour, sui teleschermi televisivi non compaiono più in grafica solo i dati relativi alla velocità della testa del bastone tipica dei campionissimi, ma anche quelli riguardante l’andatura dei loro battiti cardiaci, registrati proprio mentre sono impegnati in qualche colpo da batticuore.

Il primo dato che appare lampante è che la frequenza cardiaca dei giocatori impegnati nel torneo si attesta intorno agli 85 battiti al minuto mentre camminano tra un colpo e l’altro, mentre sale intorno ai 104-105 quando si tratta di tirare un colpo di routine.

“Questi numeri –spiega il professor Paolo Pantaleo, direttore di Cardiologia nell’Istituto Clinico Ligure di Alta Specialità– ci mostrano come i giocatori del Tour da una parte siano concentrati quando sono in campo e dall’altra come tutto sommato siano poco sotto stress, anche se in quel momento hanno tra le mani un ferro 4 da far atterrare su un green piccolo difeso da un lago”.

“Sono dati –continua Pantaleo- che indicano più che altro quanto questi campioni oggi siano fisicamente in forma e performanti”.

Diverso invece il discorso quando si tratta di imbucare il putt per la vittoria: per dire, il battito di Justin Thomas alla buca 16 di Sawgrass all’ultimo TPC era passato da 112 mentre l’americano leggeva la pendenza del green, a 119 all’impatto con la pallina, fino a esplodere a 175 mentre il colpo finiva in buca per l’eagle e per il sostanziale vantaggio sugli inseguitori.

“Certamente –riprende Pantaleo- il coinvolgimento emozionale determina la frequenza del battito cardiaco e la scienza ha già notato che è sul putt che si registrano le maggiori oscillazioni, ma la vera, grande differenza tra il cuore di un campione di questa portata e quello del dilettante della domenica non sta tanto nella velocità o meno del battito, quanto invece nel suo recovery time, ovvero nella rapidità con cui quello stesso cuore ritorna a una frequenza sotto gli 80 battiti al minuto: per riuscirci, i campioni impiegano pochissimi secondi”.

Ora: la buona notizia è che anche l’amateur può migliorare l’andamento del suo cuore e con esso probabilmente anche il livello del suo golf:

“E’ vero: è sufficiente allenarsi –aggiunge Pantaleo- Il buon allenamento altro non fa che riprodurre le condizioni di stress: tanto più sei allenato, tanto più il cuore impara ad accelerare lentamente e ad avere una risposta più controllata alla tensione”.

E già, l’allenamento: non è un caso che esistano studi scientifici condotti durante delle simulazioni di gare su gruppi di pro e di giocatori di circolo, che indicano come tra i golfisti con l’handicap più alto esista da una parte una maggiore accelerazione del battito cardiaco e, dall’altra, una contemporanea perdita del controllo dell’attività respiratoria.

E poi dicono che il golf è uno sport che non toglie il fiato…


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