Il Golf, in due parole

A tutti noi golfisti è capitato, almeno una volta, di cercare di spiegare a chi non gioca a golf la bellezza di uno sport in cui non si corre, non ci si sfida per il possesso della palla, non si lotta per conquistare il campo dell’avversario, e generalmente il racconto si conclude dicendo “se non hai mai provato, non puoi capire”. Ed effettivamente è così, perché coinvolge un aspetto mentale che è molto più profondo rispetto al tirare in aria la palla, alla camminata nel verde e alle chiacchiere con gli amici: è difficile descrivere tutte quelle diverse sensazioni che nascono da uno swing che cerchiamo di fare sempre uguale, al punto di diventare una memoria muscolare quasi inconsapevole, seppure ogni colpo che giochiamo sia diverso dalle migliaia di colpi che abbiamo tirato in centinaia di giri di campo.

L’essenza del Golf è un paradosso, perché

“tirare i colpi è la parte divertente, ma meno ne tiri e più ti diverti”

dice Lou Graham, vincitore dello U.S. Open nel 1975. Cosa ci può essere di razionale in un gioco che parte da questo presupposto? Come è possibile racchiudere in una descrizione oggettiva qualcosa che coinvolge così profondamente la sfera psicologica personale?

Bruce Crampton, un professionista australiano con 14 vittorie sul PGA Tour fra gli anni ’60 e la metà degli anni ’70, coglie nel segno quando dice che

“Il golf è un compromesso fra ciò che desidera il tuo Ego, ciò che ti consiglia l’esperienza, e ciò che ti consentono i nervi”

Tutti noi, dopo aver preso posizione sulla palla e un attimo prima di staccare il bastone, abbiamo conosciuto quella sensazione di equilibrio precario fra questi tre aspetti.

Bob Rotella, lo psicologo sportivo più conosciuto in ambito golfistico, ribadisce il concetto suggerendo che

“devi giocare il colpo che sai di poter tirare, non quello che pensi che dovresti tirare”

eppure una vocina nella testa, quella dell’Ego di cui parla Crampton, ci tradisce spingendoci a tentare quel colpo quasi impossibile, alla ricerca di quella sensazione di onnipotenza che ti infonde il vedere la palla che fa esattamente quello che avevi immaginato.

Il Golf è un gioco di ambizioni mancate, che ti chiede sempre di più al punto che, citando le parole del leggendario Bobby Jones,

“è l’unico sport che più pratichi e più diventa difficile”.

Il Golf è infido, sadico, crudele.

“Ci vogliono centinaia di colpi giusti per acquisire la sicurezza, ma ne basta uno sbagliato per perderla”

dice Jack Nicklaus, e le sue parole mi tornano in mente ogni volta che mi trovo a dover approcciare attorno ad un green: non importa quante ore ho passato ad esercitarmi nell’area di pratica, l’unica immagine che la mia testa riesce a vedere è la flappetta che tossisce un paio di metri davanti a me.

Quando sei in green le cose non sono diverse: ci sono dei giorni in cui la palla non può fare altro che cadere in buca, e giorni in cui la frustrazione dei bordi sfiorati ti perseguita per tutto il giro.

“Qualcuno sostiene che il putt è 50% tecnica e 50% psicologia: io penso che sia 50% tecnica e 90% attitudine mentale, ma il totale fa 140%, ed è per questo che nessuno è sicuro al 100% di come si faccia a puttare”

sosteneva Chi Chi Rodriguez; la sola certezza, in questo assurdo gioco in cui

“l’unica costante è l’incostanza” (Jack Nicklaus)

è che

“il colpo più facile nel golf è il quarto putt”.

La bellezza del Golf contempla tutti questi aspetti, risiede nel fatto che dopo aver giocato bene non vedi l’ora di tornare in campo per riprovare, mentre dopo aver giocato male non vedi l’ora di tornare in campo per riprovare. Dal Golf, non c’è via di uscita.

Per chiudere questo excursus fra le voci autorevoli del golf, voglio usare le parole di Jim Murray, uno dei grandi autori che hanno raccontato questo sport, che riassume tutti questi aspetti senza spiegare nulla, ma semplicemente constatando che

“Don Chisciotte capirebbe il Golf”.


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