Augusta National: un campo di angoli

Ci siamo: il Masters è alle porte e, come ogni primavera, gli occhi del golf mondiale tornano sull’Augusta National Golf Club, il palcoscenico più riconoscibile del nostro sport.

Per molti, Augusta è il simbolo del campo impossibile, severo, quasi spietato. Eppure c’è un aspetto che spesso sorprende i golfisti di tutto il mondo: questo è il campo con i fairway di gran lunga più larghi della stagione.

Fino al Masters del ’99, infatti, Augusta non aveva nessun tipo di rough: tutta la proprietà era tagliata come fairway. Dopo la leggendaria vittoria di Tiger nel ’97, il Club decise di allungare il campo e di introdurre un primo taglio di rough, che è comunque poco più alto della maggior parte dei fairway che giochiamo noi comuni mortali.

Com’è possibile, quindi, che un campo pensato per mettere alla prova ogni anno i migliori giocatori del mondo non abbia un vero e proprio rough? La risposta è semplice: gli angoli.

Augusta non è un campo che ti chiede solo di colpire il fairway: è quasi tutto fairway. Ti chiede di colpire la parte giusta del fairway. E questa differenza è enorme. Un fairway largo, infatti, non implica automaticamente libertà. Al contrario, può essere il modo migliore per creare scelte vere e premiare i drive più accurati. Se hai spazio, puoi scegliere una linea più prudente oppure una più aggressiva. Ma ognuna di queste linee cambia l’angolo con cui attaccherai il green e, quindi, cambia radicalmente il colpo successivo.

È proprio qui che Augusta mostra la sua grandezza. Le buche si difendono facendo sì che il secondo colpo, da una certa porzione del fairway, diventi molto più difficile o addirittura quasi impossibile verso alcune posizioni di bandiera. In altre parole, il campo non ti punisce solo perché hai sbagliato. Ti mette nella condizione di capire, un colpo dopo, se davvero hai scelto il lato giusto.

Questo principio si realizza mettendo i green al centro del progetto. Sono ampi, mossi e angolati, con pendenze interne molto marcate e settori che possono essere raggiunti solo con il colpo giusto, dal lato giusto.

Questo è uno dei principi fondamentali di una buona architettura di campi da golf e in nessun luogo è così evidente come ad Augusta. Forse solo nel campo che ha ispirato l’architetto e il fondatore di Augusta: l’Old Course di St Andrews. Questi due campi non potrebbero essere più diversi esteticamente, ma, da un punto di vista strategico, sono molto simili. Per questo molti definiscono Augusta un links mascherato da parkland.

Per capire veramente il percorso di Augusta bisogna partire dai green. Il design premia chi legge la buca all’indietro, partendo dal green e ragionando su quale lato del fairway offra il miglior accesso. È una forma di strategia sottile, meno immediata della semplice penalità, ma molto più raffinata.

Tra l’altro, questo permette al campo di essere giocabile e divertente per i soci: è virtualmente impossibile perdere una palla su questo campo, se non in un ruscello o in un laghetto.

Il paradosso di Augusta è proprio questo: il campo che ogni anno mette alla prova i migliori giocatori del mondo può risultare relativamente semplice per un giocatore della domenica, a patto che i green non siano veloci come durante la settimana del Masters.

Alla fine, la lezione di Augusta è questa: un campo non deve essere stretto per essere selettivo. A volte può essere molto più difficile quando ti lascia spazio. Perché, se ti lascia scegliere, poi non hai scuse. Hai solo un angolo migliore o uno peggiore. E ad Augusta, spesso, è proprio lì che si decide tutto.


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