Il golf e il paradosso della scelta

Il paradosso della scelta è una teoria formulata dallo psicologo americano Barry Schwartz, secondo la quale una eccessiva quantità di opzioni porta alla paralisi decisionale e a una minore soddisfazione finale per la decisione presa. È come quando al ristorante sulla carta del menù ci sono 10 primi piatti fra cui scegliere: ci rimane sempre il dubbio che avremmo potuto prendere qualcosa che ci sarebbe piaciuto di più. Troppe alternative nella scelta, rendono più difficile prendere una decisione.

Ho deciso di mettere alla prova questa teoria sul campo da golf: domani (giovedì mentre scrivo) giocherò la mia prima gara singola della stagione, e ho deciso che porterò in sacca solo 4 bastoni, più il putter.

La mia scelta è ricaduta sul legno 5, utile per i teeshot e giocabile da terra alle buche più lunghe; il ferro 6, scelto in base alla lunghezza dei par 3 del percorso e “manovrabile” per portare le distanze a quelle che sarebbero di un ferro 5 o di un ferro 7; il ferro 9, selezionato in base agli stessi criteri; il sand-iron 52°; abitualmente in sacca porto anche un 56° e un 60°, e sebbene il 56° sia generalmente la mia scelta di elezione per i bunker attorno al green, il buco fra ferro 9 e 56° è troppo ampio, e confido che il mio “polpastrello” mi aiuti a manovrare il 52° per adattarlo a tutte le situazioni che si presenteranno.

Pencil Bag e scelte obbligate (photo: Giotto Barbieri)

L’idea di base è quella di vedere se una selezione ridotta di opzioni mi aiuta a giocare in modo più attento e ragionato, tirando dei veri colpi da golf e non semplicemente facendo lo swing con il bastone che credo mi serva per coprire una certa distanza (non ho certo la regolarità di un professionista e l’incostanza del mio gioco comporta un range di una decina di metri rispetto al volo medio con ogni bastone).

Sulla carta il mio handicap è 5, il campo mi concede 6 colpi, ma raramente riesco a chiudere uno score sotto gli 82 colpi. Tornerò a scrivere venerdì mattina, raccontandovi come effettivamente una scelta ridotta di opzioni ha influenzato il risultato finale e soprattutto il mio approccio al gioco.

24 ore e 18 buche dopo…

Sono da poco rientrato dal mio giro di campo, ed è ora di tirare le somme. Mi sono divertito moltissimo, ma prima di parlare di score, qualche valutazione sul gioco: con il legno 5 dal tee ho preso 13 fairway su 14, e fatta eccezione per il par 4 più lungo del campo (dove dal tee mi è partita una mezza “paloma”) non ho avuto problemi a tirare i secondi colpi al green. Ferro 6 e ferro 9 non sono state scelte ideali: ho tirato diversi secondi colpi da distanza fra i 135 e i 150 metri, più adatte ad un ferro 8, e su tre par 3 il ferro 6 è rimasto leggermente corto. Credo che la prossima volta opterò per ferro 5 e ferro 8. Il sand-iron 52° va bene, anche se le uscite dal bunker con poco green a disposizione diventano complicate.

Ho tirato tre o quattro colpi al green veramente belli, tagliando il ferro 6 per contenere la distanza, ma in quattro occasioni mi sono trovato a giocare da dietro al green; l’idea c’era, ma l’esecuzione non è così semplice. Alla fine dei conti ho preso solo 5 green, e qui è emerso il vero problema del mio gioco: il “ticchio”. Il 10% dei colpi che ho tirato sono state “flappette” da intorno al green. Tre volte tre putt (con due “cravatte” di quelle cattive): i green non erano in condizione eccellenti, ma non è una scusa per una prestazione sul putt non certo brillante.

Veniamo allo score. Novanta. Lo so: sono tanti, tantissimi… ma alla fine dei conti, con 9 flappette da bordo green e tre volte tre putt, significa che il gioco da tee a green non è stato così male. Ho tirato molti bei colpi, e anche quando erano fuori misura il contatto era solido; ho giocato le buche in modo intelligente cercando di mettermi alla distanza da cui avevo un colpo pieno per i bastoni che avevo in sacca; è stato sicuramente il 90 più divertente che io ricordi.

Esperienza assolutamente da ripetere, magari dopo un paio di lezioni sul gioco corto (e forse una seduta dallo psicologo), e alla fine del giro, con così poco peso sulle spalle, anche la schiena ringrazia.


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