Il PGA Championship riparte dal capolavoro di Donald Ross: perché Aronimink è un campo speciale

Il secondo major dell’anno è arrivato. Oggi inizia la settimana del PGA Championship all’ Aronimink Golf Club, alle porte di Philadelphia. Sarà una settimana interessante non solo per il field o per la lotta alla Wanamaker Trophy, ma anche perché il secondo major dell’anno si giocherà su uno dei campi più importanti degli Stati Uniti.

Negli ultimi anni il PGA Championship è stato spesso il major con la selezione di campi meno entusiasmante dal punto di vista architettonico. A differenza del Masters, legato per definizione ad Augusta National, o dello U.S. Open, che visita regolarmente i grandi monumenti del golf americano, il PGA ha spesso privilegiato campi banali e non all’altezza di ospitare major. Quest’anno, però, Aronimink rappresenta una grande eccezione. Anzi, potrebbe essere il segnale di un cambio di tendenza: perché parliamo di uno dei migliori percorsi degli Stati Uniti.

Aronimink è un nome storico del golf americano. Il club esiste dalla fine dell’Ottocento, ma il campo attuale fu disegnato da Ross e inaugurato nel 1928. Secondo una frase ormai celebre, lo stesso architetto lo considerava il suo capolavoro. Un’affermazione forte, soprattutto se si considera che Ross ha firmato più di 400 campi negli Stati Uniti, compresi Pinehurst No. 2, Seminole e Oakland Hills. Ma Aronimink ha effettivamente qualcosa di speciale: non si fonda su una singola buca iconica, ma su una varietà costante di situazioni, angoli e approcci generati dalle ondulazioni naturali del terreno.

Il terreno è quello tipico della Pennsylvania: ondulato, naturale, mai estremo. Viene spesso descritto come una sorta di grande conca naturale dentro la quale il campo si muove tra creste rialzate, depressioni interne e continui cambi di quota. Non ci sono scenografie plateali o movimenti estremi, ma una sequenza di pendenze laterali, colpi in discesa, approcci in salita e green appoggiati su piccoli rialzi. È qui che nasce gran parte della strategia del percorso: la palla raramente resta neutra rispetto al terreno, e il giocatore deve continuamente scegliere l’angolo giusto per garantirsi un buon lie per attaccare il green.

Per anni, però, Aronimink si era progressivamente allontanato dall’idea originaria di Ross. Come molti grandi percorsi americani della sua epoca, il campo era stato ristretto dagli alberi, irrigidito nelle linee di gioco e trasformato in una noiosa sequenza di buche corridoio circondate da alberi. Anche il sistema di bunker era stato modificato: alcuni ostacoli erano stati spostati, altri eliminati perché considerati non più rilevanti per il gioco moderno.

La svolta è arrivata tra il 2016 e il 2017, quando Gil Hanse e Jim Wagner sono stati incaricati di restaurare il percorso in vista del ritorno di Aronimink al centro del grande golf americano. Il loro obiettivo non era modernizzare il campo, ma riportarlo al suo originale splendore: capire cosa fosse stato davvero costruito nel 1928 e riportare in superficie la logica originale di Donald Ross.

Il restauro ha riaperto il campo eliminando centinaia di alberi, recuperando larghezze e linee di gioco, e soprattutto ricostruito un sistema di bunker molto più articolato. Non bunker pensati solo per punire l’errore, ma per suggerire angoli, condizionare le scelte dal tee e rendere meno ovvio capire dove convenga davvero posizionare la palla.

L’importanza visiva dei bunker è una caratteristica evidente già nelle prime buche. Aronimink parte con una serie di par 4 solidi, mossi da bunker sfalsati sui due lati del fairway. Il giocatore può scegliere una linea più prudente, ma da lì l’approccio al green diventa meno favorevole. Chi invece sfida il bunker giusto può aprirsi un angolo migliore. È architettura classica da Golden Age: non necessariamente spettacolare in televisione al primo sguardo, ma molto sofisticata.

I green sono l’altro grande tema. Ross era un maestro nel costruire superfici che sembrano semplici fino a quando non ci si trova fuori posizione. Ad Aronimink molti green sono inclinati, terrazzati o protetti da pendenze che respingono la palla. La buca 11, con più di venti bunker e uno dei green più severi del campo, sarà probabilmente una delle più discusse della settimana. Anche la 13, par 4 corto e potenzialmente molto strategico, potrebbe creare grande varietà di score: non è lunga, ma basta un angolo sbagliato per trasformare una possibilità di birdie in un facile bogey.

Il finale creerà opportunità e spettacolo. La 15, lunghissimo par 4 di quasi 500 metri, richiede un colpo a correre verso un green aperto frontalmente; la 16 è un par 5 raggiungibile, ma con un green difficile da fermare; la 17 porta l’acqua in gioco su un par 3 che può decidere il torneo; la 18 chiude in salita verso un grande green terrazzato, perfetto per decidere un major.

Aronimink quindi sarà un test di controllo, traiettorie, spin e soprattutto intelligenza. I migliori giocatori al mondo dovranno capire quando attaccare e quando accettare il centro del green. 

Se il PGA Championship vuole diventare qualcosa di più del “quarto major”, deve ripartire dalla qualità dei campi. Negli Stati Uniti i grandi percorsi non mancano, e Aronimink dimostra quanto una scelta architettonicamente forte possa dare identità, spessore e credibilità al torneo. Purtroppo la sede del prossimo anno, PGA Frisco, non sembra andare nella stessa direzione; ma il calendario successivo offre segnali più incoraggianti, con Olympic Club nel 2028, Baltusrol nel 2029 e Congressional nel 2030. Aronimink, quindi, può essere un grande inizio: non un’eccezione isolata, ma il primo passo verso un PGA Championship finalmente costruito attorno a campi all’altezza del suo status.


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