The Open 2026: Royal Birkdale premia chi sa scegliere

The Open 2026: Royal Birkdale premia chi sa scegliere.

Royal Birkdale si presenta al 154° Open Championship con fairway durissimi, temperature insolitamente alte e una quantità di rotolo capace di trasformare un ferro medio in un’arma da distanze normalmente riservate ai legni più lunghi. Jon Rahm ha raccontato di aver visto un ferro 6 avvicinarsi ai 260 metri durante i giri di preparazione. Non è un dato da prendere alla lettera per ogni colpo, ma descrive bene il problema: questa settimana non conterà soltanto dove e come partirà la palla. Conterà soprattutto dove finirà dopo il secondo, il terzo e magari il quarto rimbalzo.

Ed è qui che Royal Birkdale diventa interessante.

Non è il links più cieco o capriccioso della rota dell’Open. Molte buche attraversano corridoi definiti tra le dune, offrendo linee abbastanza leggibili dal tee. Ma proprio questa apparente chiarezza rende gli errori meno scusabili: i bunker sono visibili, le zone corrette si intuiscono e la punizione arriva soprattutto quando il giocatore pretende dal colpo più di quanto la buca sia disposta a concedere.

Birkdale non vuole sorprendere. Vuole farsi disobbedire.

I numeri del nuovo Royal Birkdale

Il percorso del 2026 misura 6600 metri, par 70, 62 metri in più rispetto all’edizione 2017. L’aumento complessivo non è enorme, ma la distribuzione delle difficoltà è cambiata profondamente: il campo presenta ora tre par 4 oltre i 450 metri, due par 5 concentrati nelle ultime cinque buche e quattro par 3 completamente diversi tra loro, da 140 a 220 metri.

In nove anni sono stati eliminati 19 bunker, ma sarebbe sbagliato concludere che il campo sia diventato più semplice. Molti ostacoli sono stati riposizionati per intercettare le distanze moderne, mentre green rialzati e aree secche più complesse hanno aumentato la possibilità di errori con i ferri. La difficoltà è stata spostata dalla quantità degli ostacoli alla qualità delle decisioni.

Nel 2017 il campo registrò una media di 71,28 colpi, quindi 1,28 sopra il par. Jordan Spieth vinse a −12, ma quella cifra nasconde una settimana estremamente variabile: nel secondo giro, giocato nelle condizioni peggiori, la media del field superò i 74 colpi; il sabato Branden Grace firmò invece il primo 62 della storia dei Major maschili. Birkdale può passare da esame di sopravvivenza a festival di birdie nello spazio di ventiquattro ore.

Il confronto con il 2008 è ancora più netto. Il primo giro ebbe una media di 75,88 e nessun giocatore concluse il torneo sotto il par. Pádraig Harrington vinse a +3, quattro colpi davanti a Ian Poulter. Lo stesso campo ha quindi prodotto, nelle ultime due edizioni, punteggi vincenti separati da 15 colpi. Non è incoerenza: è l’Open.

Le previsioni attuali indicano una settimana prevalentemente asciutta, con temperature comprese tra 21 e 26 gradi. In assenza di vento forte o pioggia significativa, il terreno dovrebbe mantenersi molto veloce. Questo non significa necessariamente punteggi bassissimi: significa che la difficoltà arriverà più dal controllo delle distanze e dei rimbalzi che dalla pura lunghezza del percorso.

Cinque buche per capire il torneo

La 6, par 4 da 470 metri, fu già la buca più difficile del 2017, quando giocava sensibilmente più corta. Produsse appena 26 birdie o meglio contro 195 bogey o peggio, con una media di 4,427. Oggi richiede un tee shot preciso per evitare tre bunker e un lungo ferro di secondo verso un green elevato, spesso controvento. Qui il par sarà quasi sempre un risultato guadagnato.

La nuova 5, par 4 corto da 290 metri, è invece il primo grande test psicologico. Il lay-up consigliato si ferma intorno ai 180 metri, lasciando un wedge in mano. Attaccare il green è possibile, ma finire lungo significa affrontare una zona di recupero descritta dallo stesso Pro del circolo come estremamente complessa. Sarà una buca semplice per chi si fida del wedge e pericolosa per chi confonde “raggiungibile” con “obbligatorio”.

La 7, appena 138 metri, possiede il green più piccolo e ondulato del percorso, rialzato e circondato dai bunker più profondi di Birkdale. Con superfici dure, un ferro corto non sarà automaticamente un’occasione da birdie: mancare il punto di atterraggio di pochi metri potrà lasciare un colpo quasi impossibile.

La nuova 15 è un par 3 di 220 metri con un green che da lontano sembra stretto, ma è in realtà uno dei più grandi del campo. Il problema è la pendenza è in discesa ad uscire: con vento favorevole e terreno duro, la palla tenderà a scappare proprio nella direzione in cui i giocatori vorrebbero fermarla.

Infine la 18, ora un par 4 di 465 metri, più lungo di 32 metri rispetto al 2017. Il tee è stato spostato a sinistra e il vecchio dogleg è diventato un corridoio quasi rettilineo verso la clubhouse. Sembra più semplice da leggere, ma sei bunker di fairway entrano in gioco per chi utilizza il driver. Nel 2017 era già stata la terza buca più difficile; adesso molti potrebbero scegliere un bastone più corto e accettare un ferro lungo per il secondo colpo. Una conclusione poco spettacolare sulla carta, ma perfetta per decidere un Major.

Il profilo statistico che cerco

Ridurre Royal Birkdale alla precisione dal tee sarebbe troppo semplice. Con fairway così asciutti, persino i giocatori meno potenti potranno produrre distanza, ma chi parte da bombardiere sulla carta avrà anche la possibilità di usare meno driver e raggiungere comunque le stesse zone.

Cerco quindi una combinazione di quattro qualità:

Controllo dal tee, inteso non soltanto come percentuale di fairway, ma come capacità di scegliere bastone, traiettoria e lato corretto.

Approcci solidi dai 150 metri in su, perché almeno cinque buche superano le 500 yard e i lay-up volontari aumenteranno il numero di ferri medi e lunghi.

Scrambling intorno ai green, fondamentale intorno a green rialzati e circondati da run-off.

Esperienza su campi esposti, che non significa necessariamente aver già vinto un Open, ma saper modificare altezza e forma del colpo senza perdere il controllo della distanza.

Scheffler e McIlroy, il riferimento più che la previsione

Scottie Scheffler e Rory McIlroy possono naturalmente vincere. Sarebbe sciocco cercare un’argomentazione artificiale per sostenere il contrario.

Data Golf assegna a Scheffler circa il 9% di probabilità di vittoria e a McIlroy il 5,6%. Sono le due probabilità individuali più alte del field, ma sommate non raggiungono il 15%. In altre parole: sono i nomi più probabili presi singolarmente, mentre è molto più probabile che vinca qualcun altro.

Il taglio mancato da Scheffler allo Scottish Open, il primo dal 2022 dopo 78 tornei consecutivi superati, non cambia seriamente il giudizio sul giocatore. McIlroy ha chiuso settimo grazie anche al 64 della domenica, ma durante la settimana non ha avuto il controllo abituale con i ferri. Entrambi sono il benchmark del torneo, non necessariamente il punto più interessante da cui iniziare l’analisi.

Per una volta possiamo quindi lasciarli sullo sfondo. Non perché siano meno forti, ma perché sappiamo già tutto ciò che serve: se giocano bene, saranno lì. La domanda utile è chi possieda dati abbastanza solidi per raggiungerli.

La mia scelta: Tommy Fleetwood

La storia sarebbe quasi troppo bella e scontata.

Tommy Fleetwood è nato a Southport, è cresciuto a pochi minuti da Royal Birkdale e giocherà il Major più importante della sua carriera praticamente a casa. Tutto vero, ma non è questa la ragione principale per sceglierlo.

Fleetwood è terzo sul PGA Tour nel 2026 per Strokes Gained totale, ha raccolto dieci top 25 in quattordici partenze e arriva da cinque tornei consecutivi chiusi dentro i primi quattordici. Soprattutto, sta trovando il fairway nel 69,18% dei casi, sesto dato del Tour: una combinazione rarissima tra qualità generale, precisione e capacità di produrre abbastanza distanza senza dipendere dal driver visto il costante utilizzo del mini-driver.

Data Golf gli assegna il 5,5% di probabilità di vittoria, quasi identico a McIlroy. Ha già tre top 10 all’Open e nel 2017, quando il suo gioco era meno completo di oggi, riuscì comunque a chiudere il torneo al 27° posto.

Allo Scottish Open ha terminato tredicesimo senza produrre una settimana memorabile. Non è necessariamente un difetto: arriva in forma, ma senza il carico mediatico e statistico di chi ha appena giocato quattro giorni al limite.

La seconda fascia, costruita sui dati

Russell Henley è il nome meno appariscente e probabilmente il più difficile da smontare statisticamente.

È primo sul PGA Tour per precisione dal tee con il 73,41% di fairway e converte il 66,56% delle occasioni di scrambling. È inoltre numero 11 del ranking Data Golf.

Il dubbio è la distanza, appena 294,5 yard di media e 145° posto sul Tour. Ma proprio le condizioni di Birkdale potrebbero attenuare quel limite: il terreno garantirà rotolo e molte buche incoraggeranno comunque i giocatori più lunghi a rinunciare al driver.

Henley ha chiuso quinto e decimo negli ultimi due Open. Non è più soltanto il giocatore preciso che potrebbe adattarsi ai links: ha già dimostrato di poter restare in classifica fino alla domenica.

Dopo la vittoria allo Scottish Open è facile cadere nella trappola della settimana precedente. Ma Tom Kim non è qui soltanto perché ha appena vinto.

Nelle ultime cinque gare ha guadagnato in media 1,105 colpi per round con gli approcci. Prima dello Scottish era già undicesimo sul Tour nella categoria, e nel modello è secondo nell’intero field per Strokes Gained Approach.

A questo si aggiungono il terzo posto allo U.S. Open 2026 e il secondo all’Open 2023. Il problema rimane la distanza, soprattutto nei par 4 da oltre 500 yard, ma Kim compensa con una delle qualità più importanti sui links: raramente sembra infastidito dal tipo di colpo che la buca gli chiede.

La vittoria in Scozia non lo rende automaticamente favorito. Conferma però che il trend dei ferri non era un fuoco di paglia.

Tyrrell Hatton rimane uno dei profili più naturali per un Open. Ha vinto tre volte l’Alfred Dunhill Links Championship, è stato quinto a Troon nel 2016 e ha ottenuto tre top 20 nelle ultime cinque partecipazioni al torneo. Nelle ultime 36 gare con dati sufficienti è inoltre primo nel field per putting sui green lenti.

Il 2026 nei Major è eccellente: terzo al Masters e settimo allo U.S. Open. Ma allo Scottish il risultato finale, diciassettesimo, è stato migliore del gioco espresso. Ha colpito male la palla e si è sostenuto soprattutto con il putt, risultando il migliore del field sui green.

È una candidatura credibile, non una scelta priva di dubbi. A Birkdale il putt potrà salvarlo per qualche buca, ma non per quattro giorni se gli approcci continueranno a disperdersi.

L’outsider: Chris Gotterup, ma per ragioni diverse

Chris Gotterup non è il classico giocatore che si associa immediatamente a Royal Birkdale.

La sua precisione dal tee è appena del 54,12%, 133° dato del Tour. Se il criterio fosse semplicemente “prendere molti fairway”, sarebbe un nome da eliminare.

Ma fermarsi lì significherebbe ignorare il resto.

Gotterup è decimo sul Tour per Strokes Gained dal tee, settimo per distanza con 321,7 yard di media e ha portato il rendimento con gli approcci intorno al 47° posto stagionale. Non è soltanto un bombardiere: è un giocatore che sta diventando progressivamente più completo.

Soprattutto, i risultati dicono che il suo gioco può funzionare dall’altra parte dell’Atlantico. Ha vinto lo Scottish Open nel 2025, ha chiuso terzo all’Open dello scorso anno e arriva a Birkdale dopo la vittoria al John Deere Classic e l’undicesimo posto in Scozia.

Il punto non è chiedergli di prendere il driver diciotto volte. È l’opposto. La sua potenza gli permette di usare legno, utility o ferro dove altri sono costretti ad aggredire, senza lasciare approcci eccessivamente lunghi. Se accetterà di ridurre l’aggressività, il suo principale difetto statistico potrà essere neutralizzato proprio dalla qualità che lo rende speciale.

Gotterup non è l’outsider romantico quotato 200 contro 1 che ha bisogno di quattro miracoli. È un giocatore già salito sul podio di un Open, in forma e con un vantaggio fisico reale. Il rischio è che interpreti Birkdale come una prova di forza. La possibilità affascinante è che abbia finalmente capito di non averne bisogno.

Morikawa, la scelta corretta che questa volta lascio agli altri

Collin Morikawa rimane quasi inevitabile in qualsiasi modello costruito su precisione e ferri. Ha vinto l’Open 2021, possiede ottimi risultati su percorsi che premiano il posizionamento e nel 2026 ha già vinto a Pebble Beach.

Ma è diventato il nome che compare in ogni analisi di un campo tecnico, spesso indipendentemente dalla forma reale del momento. Può certamente vincere e il percorso gli si addice. Semplicemente, questa volta preferisco non scegliere il giocatore che il modello suggerisce prima ancora di essere aperto.

Anche i dati, ogni tanto, hanno bisogno di evitare il pilota automatico.

Il pronostico finale

Vincitore: Tommy Fleetwood

Alternativa più solida: Russell Henley

Giocatore in forma con reale possibilità: Tom Kim

Candidato da Major, ma con qualche dubbio: Tyrrell Hatton

Outsider: Chris Gotterup

Royal Birkdale non eliminerà la potenza dal torneo. La renderà negoziabile.

I giocatori migliori potranno raggiungere distanze enormi, attaccare buche corte e trasformare i par 5 in opportunità. Ma dovranno farlo senza perdere il controllo del punto esatto in cui la palla toccherà terra.

Perché su un campo così duro il primo rimbalzo appartiene ancora al giocatore.

Dal secondo in poi, comanda Birkdale.


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