Royal Birkdale, il meno links della rota dell’Open

Royal Birkdale è uno dei campi più celebri e rispettati della rota dell’Open Championship. Eppure, osservandolo con occhio critico, è forse anche quello che meno assomiglia all’idea tradizionale di links: dune spettacolari, vento costiero e vegetazione selvaggia incorniciano fairway sorprendentemente piatti e regolari, green generalmente sobri e un gioco molto più ordinato di quanto il paesaggio lasci immaginare.

Il club nacque nel 1889 e si trasferì nell’attuale sistema dunale alla fine dell’Ottocento, con un percorso progettato da George Lowe. Il Royal Birkdale che conosciamo oggi, però, deriva soprattutto dalla ricostruzione del 1932 di Frederic Hawtree e J.H. Taylor. Fu allora che le buche vennero sistemate prevalentemente nei dune slacks, le depressioni pianeggianti comprese tra le grandi dune, invece di attraversarle o risalirle.

Da quel momento Birkdale non ha mai smesso di cambiare. Tre generazioni della famiglia Hawtree hanno modificato bunker, green e intere buche; un vecchio par 3 è stato eliminato per facilitare la circolazione degli spettatori; tutti i green sono stati ricostruiti dopo l’Open del 1991; migliaia di alberi sono stati rimossi per recuperare esposizione al vento e carattere dunale. Più che un’opera intatta di un singolo progettista, Royal Birkdale è quindi il risultato di un continuo tentativo di perfezionamento.

Il paradosso è che proprio la scelta di utilizzare le zone più basse del terreno, insieme alla necessità di innalzarle e regolarizzarle per risolvere i problemi di drenaggio, ha prodotto fairway quasi completamente piatti. Le poche ondulazioni presenti appaiono spesso larghe, morbide e quasi da parkland, più che irregolari e imprevedibili come ci si aspetterebbe da un grande links.

Il contrasto visivo è notevole. Le dune sono magnifiche, enormi e capaci di isolare ogni buca, ma funzionano soprattutto come pareti laterali. Raramente il giocatore è chiamato a utilizzare le loro pendenze, interpretare rimbalzi complessi o affrontare stance particolarmente scomode. Anche i green, nonostante le ricostruzioni e l’aggiunta di alcuni runoff, rimangono mediamente poco articolati. Birkdale è difficile, ma non sempre architettonicamente sorprendente.

Per l’Open 2026 il campo si presenta dopo un nuovo e importante ciclo di lavori firmato, come al solito, da Mackenzie & Ebert. Le modifiche hanno interessato tutte le diciotto buche: tee ricostruiti, bunker ridisegnati, green surround ampliati, vegetazione invasiva rimossa e nuovi camminamenti erbosi al posto dei vecchi sentieri in ghiaia.

Le trasformazioni principali riguardano la cinque, diventata un corto par 4 raggiungibile dal tee, la sette, oggi un par 3 più breve con un piccolo green sopraelevato, e soprattutto la sequenza della quattordicesima e della quindicesima. Il vecchio par 3 della quattordici è stato convertito in un’area gioco corto; la vecchia quindici è diventata un par 5 più scenografico, mentre una nuova quindicesima buca  di oltre 220 metri è stata costruita in una zona sopraelevata, con vista verso la clubhouse.

Sono interventi principalmente indirizzati a risolvere problemi di manutenzione e logistica, soprattutto di drenaggio e gestione del pubblico. Tuttavia, sollevano anche una questione più ampia. Negli ultimi anni molti campi dell’Open sono stati aggiornati dallo stesso gruppo, seguendo un linguaggio sempre più riconoscibile: grandi aree di sabbia esposta, bunker dai bordi frastagliati e nuovi par 3 pensati principalmente per offrire immagini spettacolari in televisione.

Presi singolarmente, questi elementi possono funzionare. Ripetuti su campi diversi, però, rischiano di uniformare luoghi che dovrebbero distinguersi proprio per le loro anomalie ed il carattere intrinseco dei paesaggi in cui si trovano. La modernizzazione finisce così per eliminare alcune irregolarità autentiche e sostituirle con un’estetica contemporanea, un po’ come sostituire un mobile Art Déco con uno di Ikea.

Non sorprende quindi che Royal Birkdale sia generalmente più apprezzato dai professionisti che dagli appassionati di architettura. Per i giocatori è probabilmente il links più “fair” della rota: i bersagli sono visibili e i rimbalzi prevedibili. Per chi cerca ambiguità, creatività e terreno naturale, può invece risultare lineare e poco spettacolare.

Resta comunque un campo da Open. E, come tutti i grandi links, il suo vero carattere dipenderà dalle condizioni. Se le superfici saranno abbastanza dure e il vento soffierà sulla costa del Lancashire, anche fairway apparentemente banali e green sobri torneranno a chiedere controllo della traiettoria, immaginazione e coraggio. In quel caso, Royal Birkdale potrà anche essere il links meno links della rota, ma sarà comunque una settimana capace di tenerci incollati allo schermo.


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