La filosofia di Johnson Wagner per i “Papà golfisti”

 
Oggi Johnson Wagner è a tutti gli effetti un “osservatore”professionista .
Come uno dei volti più apprezzati del team di commentatori di CBS Sports, il suo lavoro quotidiano consiste nell’analizzare i migliori golfisti del mondo. Un ottimo giocatore con tre vittorie sul PgaTour, tuttavia, quando si spengono i riflettori delle telecamere, papà Wagner si ritrova spesso a seguire un altro tipo di talento: suo figlio sedicenne, Graham, impegnato in un promettente percorso verso il golf universitario.
C’è però una differenza fondamentale tra i due ruoli. Se come commentatore Wagner è lodato per le sue reazioni spontanee, ironiche e creative, come padre il suo successo dipende da un’abilità opposta: sapere esattamente quando non reagire.

L’impatto distruttivo della delusione genitoriale

Nel mondo dello sport giovanile, la presenza dei genitori lungo le corde del campo può diventare un’arma a doppio taglio. Durante la sua partecipazione al podcast Golf IQ, Wagner ha toccato il cuore del problema, concentrandosi su un dettaglio apparentemente minimo ma cruciale: il linguaggio del corpo.
“Penso che la cosa peggiore che si possa fare, a prescindere dall’età del golfista, sia chinare la testa quando un figlio sbaglia un colpo. Il ragazzo lo vede” ha spiegato Wagner. “Quel linguaggio del corpo del genitore arriva dritto al figlio. Penserà: ‘Mamma o papà sono delusi da me perché ho sbagliato’. E in un attimo, questo si trasforma in una profonda delusione verso se stessi”.

Il golf è uno sport di millimetri e di isolamento mentale. Se l’atleta, oltre a gestire l’errore tecnico, deve farsi carico anche della frustrazione visiva del proprio genitore, il peso psicologico diventa insostenibile.

La lezione del passato: l’eredità dei Wagner Senior.

L’approccio di Johnson con Graham non nasce dal nulla, ma è il frutto dell’esperienza vissuta sulla sua pelle quando era una giovane promessa. I suoi genitori, infatti, facevano un lavoro straordinario nel mascherare le proprie emozioni, proteggendo il figlio dalle montagne russe emotive tipiche di una gara.
“Ricordo che quando giocavo, mia madre e mio padre erano sempre lì vicino al green” racconta Wagner. “Mi dicevano se un colpo era lungo, o se era buono applaudivano con calma. Ma non lasciavano mai che le loro emozioni andassero troppo su o troppo giù durante il giro. Oggi cerco di fare esattamente lo stesso con mio figlio”.

La trappola dell’empatia: gestire le proprie emozioni per proteggere i figli

A parole sembra un compito facile, ma qualsiasi genitore conosce la trappola. Si ama il golf, si ama alla follia il proprio figlio e l’istinto primordiale sarebbe quello di evitargli le dolorose batoste e le delusioni che questo sport inevitabilmente riserva.
Il consiglio di Wagner non è quello di mostrare indifferenza o freddezza. Al contrario, riconosce che guardare un figlio gareggiare è un’esperienza viscerale:
“Non puoi mostrarlo all’esterno. È straziante e snervante quando li vedi commettere un errore. Desideri solo che giochino bene per se stessi, quindi è davvero difficile da guardare, ma allo stesso tempo è esaltante. Semplicemente… non puoi esprimerlo fuori”.

La vera sfida per un genitore moderno è quindi imparare a gestire la propria ansia, affinché il ragazzo possa imparare a gestire la propria. Il golf è una scuola di vita proprio perché costringe a fare i conti con il fallimento. Il compito di un “papà golfista” non è eliminare gli ostacoli, ma rimanere una presenza neutra, solida e rassicurante: un porto sicuro dove il punteggio della giornata non definisce il valore del ragazzo.

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