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	<title>Vittorio Addabbo, Author at NOTIZIE GOLF</title>
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		<title>Royal Lytham, il links disegnato dai bunker</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 10:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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<p>Royal Lytham &#038; St Annes non corrisponde all’immagine romantica del grande links britannico. Il mare non si vede,&#8230;</p>
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<p class="isSelectedEnd">Dal 30 luglio al 2 agosto, Royal Lytham ospiterà la 50ª edizione dell’AIG Women’s Open, sesto passaggio del torneo su questo campo e ultimo major femminile della stagione. La prima versione del percorso fu costruita nel 1897 da George Lowe, professionista del club, e successivamente affinata tra il 1919 e il 1923 da Harry Colt, uno dei più grandi architetti della storia del golf, in vista del primo Open disputato a Lytham nel 1926.</p>
<p class="isSelectedEnd">La sua caratteristica più evidente sono naturalmente i bunker. Oggi se ne contano 174, ma il numero racconta soltanto una parte della storia. A Lytham i bunker sono l’elemento che genera la strategia, non una semplice difesa né un effetto estetico. Dividono i fairway, suggeriscono linee, condizionano gli angoli di attacco e obbligano il giocatore a decidere quanto rischio assumersi dal tee. Spesso la linea più pericolosa è quella che apre meglio il green, mentre la scelta apparentemente prudente lascia un approccio cieco o da un’angolazione peggiore.</p>
<p class="isSelectedEnd">Georgia Hall lo dimostrò perfettamente vincendo il Women’s Open del 2018. Seguendo il consiglio di Tom Lehman, decise spesso di lasciare i tee shot prima dei bunker dei fairway. Il risultato è che in quattro giorni perse soltanto tre colpi e visitò sette bunker, uno solo dal tee. Non dominò Lytham superando i suoi ostacoli, ma comprendendo quando non fosse necessario sfidarli.</p>
<p class="isSelectedEnd">Anche i green partecipano a questa logica. Sono generalmente sobri, con pendenze meno evidenti rispetto ad altri grandi links. La difficoltà è concentrata soprattutto nel percorso necessario per raggiungerli. A Lytham, una volta arrivati sul green, gran parte dell’esame è già stata sostenuta.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il routing è altrettanto particolare. Il campo comincia con un par 3, unico caso nella rota dell’Open, obbligando subito il giocatore a un colpo preciso verso un green circondato dalla sabbia. Nella configurazione del Women’s Open troviamo tre par 3 nelle prime nove, due par 5 consecutivi alla 6 e alla 7 e tutti i par 3 e i par 5 completati entro la 12. Da quel momento restano sei par 4 consecutivi.</p>
<p class="isSelectedEnd">È una sequenza asimmetrica e quasi strana, probabilmente lontana dagli standard con cui verrebbe progettato oggi un percorso da major. Ma è una stranezza positiva. Una delle grandi qualità dei campi britannici è proprio la presenza di anomalie, buche insolite e cambi di ritmo che donano carattere. Nel golf la varietà conta più della regolarità. Il finale di Lytham ne è la dimostrazione: la 13 e la corta 16 concedono qualcosa, mentre 14, 15, 17 e 18 compongono una delle sequenze più severe della rota.</p>
<p class="isSelectedEnd">Negli ultimi anni anche Royal Lytham è stato modificato dai soliti Mackenzie & Ebert. Quasi quaranta bunker sono stati eliminati e sostituiti da avvallamenti e aree rasate; più recentemente, gli interventi tra la 7 e la 11 hanno permesso di raddrizzare quest’ultima e creare lo spazio necessario per un nuovo campo pratica da torneo. Sono lavori nati soprattutto dalle esigenze logistiche dei major moderni, più che da una necessità di migliorare il campo.</p>
<p class="isSelectedEnd">Non avendo ancora visto le nuove modifiche, resta da sperare che non siano stati fatti troppi danni, ripulendo e omogeneizzando eccessivamente Lytham come avvenuto purtroppo in diversi campi della rota ultimamente. Le irregolarità di questi percorsi non sono difetti da correggere, ma il patrimonio che li rende diversi l’uno dall’altro.</p>
<p class="isSelectedEnd">La scala del golf femminile potrebbe mostrare Lytham meglio di quanto farà l’Open maschile del 2028. Le distanze delle donne permettono ai bunker essere più in gioco dal tee, conservando il loro significato originale. Con l’attrezzatura che permette distanze sempre più lunghe, per gli uomini parte di questa strategia rischia di essere semplicemente superata.</p>
<p>Lytham è sicuramente uno dei links più affascinanti della rota, dove ogni colpo deve rispondere a una domanda. Con superfici dure e vento, gli stessi bunker che Georgia Hall riuscì quasi sempre a evitare decideranno le sorti del torneo, e il connubio golf femminile e links garantiranno uno spettacolo da non perdere.</p>

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		<title>Royal Birkdale, il meno links della rota dell’Open</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/royal-birkdale-il-meno-links-della-rota-dellopen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
		<category><![CDATA[The Open Championship]]></category>
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<p class="isSelectedEnd">Il club nacque nel 1889 e si trasferì nell’attuale sistema dunale alla fine dell’Ottocento, con un percorso progettato da George Lowe. Il Royal Birkdale che conosciamo oggi, però, deriva soprattutto dalla ricostruzione del 1932 di Frederic Hawtree e J.H. Taylor. Fu allora che le buche vennero sistemate prevalentemente nei <em>dune slacks</em>, le depressioni pianeggianti comprese tra le grandi dune, invece di attraversarle o risalirle.</p>
<p class="isSelectedEnd">Da quel momento Birkdale non ha mai smesso di cambiare. Tre generazioni della famiglia Hawtree hanno modificato bunker, green e intere buche; un vecchio par 3 è stato eliminato per facilitare la circolazione degli spettatori; tutti i green sono stati ricostruiti dopo l’Open del 1991; migliaia di alberi sono stati rimossi per recuperare esposizione al vento e carattere dunale. Più che un’opera intatta di un singolo progettista, Royal Birkdale è quindi il risultato di un continuo tentativo di perfezionamento.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il paradosso è che proprio la scelta di utilizzare le zone più basse del terreno, insieme alla necessità di innalzarle e regolarizzarle per risolvere i problemi di drenaggio, ha prodotto fairway quasi completamente piatti. Le poche ondulazioni presenti appaiono spesso larghe, morbide e quasi da parkland, più che irregolari e imprevedibili come ci si aspetterebbe da un grande links.</p>
<p class="isSelectedEnd">Il contrasto visivo è notevole. Le dune sono magnifiche, enormi e capaci di isolare ogni buca, ma funzionano soprattutto come pareti laterali. Raramente il giocatore è chiamato a utilizzare le loro pendenze, interpretare rimbalzi complessi o affrontare stance particolarmente scomode. Anche i green, nonostante le ricostruzioni e l’aggiunta di alcuni runoff, rimangono mediamente poco articolati. Birkdale è difficile, ma non sempre architettonicamente sorprendente.</p>
<p class="isSelectedEnd">Per l’Open 2026 il campo si presenta dopo un nuovo e importante ciclo di lavori firmato, come al solito, da Mackenzie & Ebert. Le modifiche hanno interessato tutte le diciotto buche: tee ricostruiti, bunker ridisegnati, green surround ampliati, vegetazione invasiva rimossa e nuovi camminamenti erbosi al posto dei vecchi sentieri in ghiaia.</p>
<p class="isSelectedEnd">Le trasformazioni principali riguardano la cinque, diventata un corto par 4 raggiungibile dal tee, la sette, oggi un par 3 più breve con un piccolo green sopraelevato, e soprattutto la sequenza della quattordicesima e della quindicesima. Il vecchio par 3 della quattordici è stato convertito in un’area gioco corto; la vecchia quindici è diventata un par 5 più scenografico, mentre una nuova quindicesima buca  di oltre 220 metri è stata costruita in una zona sopraelevata, con vista verso la clubhouse.</p>
<p class="isSelectedEnd">Sono interventi principalmente indirizzati a risolvere problemi di manutenzione e logistica, soprattutto di drenaggio e gestione del pubblico. Tuttavia, sollevano anche una questione più ampia. Negli ultimi anni molti campi dell’Open sono stati aggiornati dallo stesso gruppo, seguendo un linguaggio sempre più riconoscibile: grandi aree di sabbia esposta, bunker dai bordi frastagliati e nuovi par 3 pensati principalmente per offrire immagini spettacolari in televisione.</p>
<p class="isSelectedEnd">Presi singolarmente, questi elementi possono funzionare. Ripetuti su campi diversi, però, rischiano di uniformare luoghi che dovrebbero distinguersi proprio per le loro anomalie ed il carattere intrinseco dei paesaggi in cui si trovano. La modernizzazione finisce così per eliminare alcune irregolarità autentiche e sostituirle con un’estetica contemporanea, un po’ come sostituire un mobile Art Déco con uno di Ikea.</p>
<p class="isSelectedEnd">Non sorprende quindi che Royal Birkdale sia generalmente più apprezzato dai professionisti che dagli appassionati di architettura. Per i giocatori è probabilmente il links più “fair” della rota: i bersagli sono visibili e i rimbalzi prevedibili. Per chi cerca ambiguità, creatività e terreno naturale, può invece risultare lineare e poco spettacolare.</p>
<p>Resta comunque un campo da Open. E, come tutti i grandi links, il suo vero carattere dipenderà dalle condizioni. Se le superfici saranno abbastanza dure e il vento soffierà sulla costa del Lancashire, anche fairway apparentemente banali e green sobri torneranno a chiedere controllo della traiettoria, immaginazione e coraggio. In quel caso, Royal Birkdale potrà anche essere il links meno links della rota, ma sarà comunque una settimana capace di tenerci incollati allo schermo.</p>

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		<title>Shinnecock Hills, il volto classico dello U.S. Open</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/shinnecock-hills-il-volto-classico-dello-u-s-open/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 10:00:41 +0000</pubDate>
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<p>Dopo aver raccontato perché Shinnecock Hills occupa un posto centrale nella storia del golf americano, resta da capire&#8230;</p>
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<p>A prima vista, Shinnecock può dare un’impressione diversa rispetto ad altri campi tipici da U.S. Open. Non è un percorso soffocante, costruito solo su fairway strettissimi e rough altissimo. Al contrario, molti fairway appaiono ampi, aperti, quasi generosi. Ma è proprio qui che nasce la sua complessità. A Shinnecock il problema non è semplicemente trovare spazio, ma trovare il lato giusto dello spazio. Essere in fairway non basta sempre: conta da dove si gioca il colpo successivo, con quale angolo si attacca il green e quale traiettoria permette di controllare meglio rimbalzo e spin.</p>
<p>Il grande merito del disegno di William Flynn è proprio questo. Il campo non impone una sola linea evidente, ma presenta continuamente alternative. Una linea più aggressiva può aprire l’angolo migliore verso il green; una scelta più prudente può lasciare un secondo colpo più lungo, più cieco o più esposto al vento. È un’architettura che non punisce soltanto l’errore evidente, ma mette pressione anche sulle decisioni intermedie, quelle che spesso separano un buon giro da uno eccellente.</p>
<p>Il vento qui la fa da padrone. Shinnecock si trova su un terreno aperto, sabbioso, ondulato, vicino all’acqua e continuamente esposto. Il routing cambia spesso direzione, così il vento non agisce mai nello stesso modo per più buche consecutive. A volte è contro, a volte aiuta, a volte laterale. Questo rende il campo estremamente variabile: la stessa buca può cambiare volto nel corso della giornata e del torneo, obbligando i giocatori a soluzioni diverse.</p>
<p>Per questo i secondi colpi saranno probabilmente il vero esame della settimana. Il driver avrà un ruolo importante, ma non basterà essere lunghi dal tee. Shinnecock premierà chi saprà posizionarsi nel punto corretto e poi controllare traiettoria, distanza e rimbalzo verso green spesso mossi, esposti e difficili da fermare. I green sono tra gli elementi più raffinati del campo: sono superfici vive, circondate da pendenze, bunker e aree rasate che possono trasformare un errore marginale in un recupero molto complicato.</p>
<p>L’ultima volta che lo U.S. Open è passato da Shinnecock, nel 2018, il campo ha mostrato in modo quasi estremo questa sensibilità. Brooks Koepka vinse con un totale di +1, e nessun giocatore riuscì a chiudere il torneo sotto par: un dato che racconta meglio di molti aggettivi quanto Shinnecock possa essere selettivo. Quell’edizione fu segnata soprattutto dal sabato, quando vento, green sempre più veloci e alcune posizioni bandiera portarono il campo molto vicino al limite. Basta poco, su un terreno così esposto e su green così sensibili, perché una prova severa diventi quasi incontrollabile. La domenica, con condizioni più gestibili, emerse invece il lato migliore del campo: Koepka vinse con solidità, mentre il 63 di Tommy Fleetwood ricordò che Shinnecock può premiare anche il grande golf aggressivo, purché eseguito con precisione assoluta.</p>
<p>Alcune buche spiegano bene la natura di questo luogo. La 7, il Redan, richiede chiaramente di accettare la pendenza, lasciando che la palla atterri molto lontana dell’asta e lasciando fare al green il resto. La 11 è forse l’esempio più evidente di come Flynn sapesse creare difficoltà senza ricorrere alla forza bruta. È un par 3 relativamente corto, ma il green, inclinato e ben difeso, lascia pochissimo margine d’errore: pochi metri separano un putt per il birdie da un recupero delicato da una posizione scomoda. La 18, invece, rappresenta tutto ciò che rende memorabile una chiusura da campionato. Il fairway sale dolcemente verso la clubhouse, il vento può influenzare sia il tee shot sia l’approccio e il green, ben protetto, impone un ultimo colpo eseguito con precisione. La tensione qui resta fino all’ultimo putt.</p>
<p>Shinnecock è quindi una sede ideale per lo U.S. Open, sicuramente nella top 3 di tutti i campi da major. Se preparato con equilibrio, il campo possiede già tutto ciò che serve: vento, terreno, angoli, green complessi e una sequenza di buche capace di far emergere il giocatore più completo. La difficoltà è intrinseca tra queste dune di Long Island; il campo è severo, ma non brutale, aperto, ma mai semplice, antico nella forma, ma modernissimo nel modo in cui mette alla prova i migliori giocatori del mondo.</p>

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		<title>Shinnecock Hills, dove il golf americano è diventato grande</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/shinnecock-hills-dove-il-golf-americano-e-diventato-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 10:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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<p>Ci sono campi che ospitano la storia, e campi che sembrano averla assorbita nella propria forma. Shinnecock Hills&#8230;</p>
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<p data-start="1200" data-end="1892">Fondato nel 1891, Shinnecock Hills è considerato il più antico golf club statunitense formalmente costituito, oltre a essere uno dei cinque club fondatori della USGA. Il primo percorso, dodici buche disegnate da Willie Davis, fu presto ampliato a diciotto da Willie Dunn.  La clubhouse del 1892, progettata dallo studio McKim, Mead & White, è una delle prime strutture americane costruite espressamente per i golfisti, iniziando un vero e proprio nuovo genere architettonico, quello della grande clubhouse americana.</p>
<p data-start="1894" data-end="2513">Per capire Shinnecock bisogna però allargare lo sguardo a Long Island. Pochi luoghi al mondo concentrano una tale densità di architettura golfistica. In pochi chilometri si trovano National Golf Links of America, Maidstone, Garden City, Bethpage, Sebonack e molti altri campi che hanno contribuito a definire l’identità del golf americano. Terreni sabbiosi, vento, ondulazioni naturali e una cultura golfistica precoce hanno reso quest’area una sorta di laboratorio permanente, dove le idee importate dalla Gran Bretagna sono state rielaborate in una forma nuova.</p>
<p data-start="2515" data-end="3001">In questo paesaggio, il rapporto più importante è quello con il vicino National Golf Links of America. C.B. Macdonald aveva costruito lì la sua grande dichiarazione programmatica: un campo americano ispirato alle buche migliori tra quelle dei links britannici. Shinnecock, che in quel periodo aveva un campo in stile quasi Vittoriano, sentì presto la necessità di aggiornarsi a quel nuovo linguaggio. Per questo furono chiamati proprio Macdonald e Seth Raynor, la stessa coppia che aveva lavorato al National.</p>
<p data-start="3003" data-end="3604">Il loro intervento portò a Shinnecock un’idea più moderna del gioco. Il campo non doveva più essere soltanto una sequenza di ostacoli e penalità, ma un sistema di angoli, alternative e scelte. Entrarono così nel disegno riferimenti alle grandi <a href="https://notiziegolf.it/storie/buche-copia-incolla-cosa-sono-le-template-hole/">template holes</a>: Redan, Eden, Short, Cape. Non erano semplici citazioni, ma modelli strategici adattati al terreno di Shinnecock. Il vicino National rappresentava il manifesto teorico di Macdonald; Shinnecock, invece, diventava il luogo in cui quella cultura veniva innestata su un club già storico, con un’identità propria e una tradizione precedente. La buca rimasta più fedele al progetto di Macdonald è sicuramente la 7, un Redan.</p>
<p data-start="3606" data-end="4231">La forma definitiva di Shinnecock arrivò con William Flynn, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta. Flynn intervenne in un momento molto maturo della Golden Age dell’architettura americana, quando il golf negli Stati Uniti aveva ormai superato la fase pionieristica e aveva sviluppato una propria grammatica. Il suo merito non fu cancellare il passato, ma ordinarlo dentro una visione più ampia e coerente. Usò il terreno sabbioso, ondulato e battuto dal vento come materiale principale del progetto, costruendo un routing capace di cambiare continuamente direzione e di esporre il giocatore a venti sempre diversi.</p>
<p data-start="4233" data-end="4875">È qui che Shinnecock diventa un capolavoro. Le sue buche non si difendono solo con la lunghezza o con la severità del rough, ma con la posizione. Il giocatore è continuamente invitato a scegliere una linea: più aggressiva per aprirsi l’angolo migliore al green, più prudente ma spesso penalizzante nel colpo successivo. I fairway, quando sono larghi, non sono generosi in senso banale, sono spazi strategici dove il lato giusto vale più del semplice centro. I green, mossi e spesso esposti, completano questa logica, premiando chi arriva dalla posizione corretta e rendendo molto più difficile il recupero a chi ha scelto l’angolo sbagliato.</p>
<p data-start="4877" data-end="5717">Per questo Shinnecock Hills è uno dei grandi capolavori del golf. Non perché sia rimasto immobile, ma perché ogni modifica ha riflesso il meglio del pensiero architettonico della propria epoca. Dalle prime buche di fine Ottocento al linguaggio strategico di Macdonald e Raynor, fino alla sintesi matura di Flynn, Shinnecock racconta come l’architettura dei campi da golf sia profondamente evoluta tra la fine del XIX secolo e gli anni Trenta del Novecento. Dopo Flynn, a differenza di molti altri grandi campi americani, non ha avuto bisogno di essere reinventato. Gli interventi successivi hanno cercato soprattutto di recuperare e proteggere la forza originaria del suo disegno. Shinnecock è un campo antico senza essere museale, severo senza essere brutale, americano senza aver mai dimenticato le radici del gioco. Sicuramente una delle migliori sedi per uno U.S Open.</p>

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		<title>Royal Golf Dar Es Salam: il gioiello reale del golf marocchino</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/royal-golf-dar-es-salam-il-gioiello-reale-del-golf-marocchino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 10:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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<p>Questa settimana il golf internazionale torna a Rabat, al Royal Golf Dar Es Salam, sede del Trophée Hassan&#8230;</p>
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<p>Il Royal Golf Dar Es Salam nasce all’inizio degli anni Settanta per volontà di Re Hassan II, grande appassionato di golf e figura centrale nello sviluppo di questo sport in Marocco. Il progetto venne affidato a Robert Trent Jones Senior, chiamato a disegnare un campo che fosse allo stesso tempo spettacolare, severo e rappresentativo. Il risultato fu un grande complesso immerso nella foresta di querce da sughero alle porte di Rabat, in un contesto molto diverso dall’immagine più comune del golf nordafricano: non deserto, sabbia e palme, ma alberi maturi, acqua, ombra e un paesaggio da grande parkland internazionale.</p>
<p>In questo senso Dar Es Salam ha una sorta di parentela ideale con Valderrama. Non un gemellaggio ufficiale, ma una vicinanza evidente: stesso architetto, stessa scenografia, stesso rapporto con un paesaggio dominato dalle querce da sughero. Come a Valderrama, anche qui il campo non vive solo di lunghezza, ma di corridoi stretti e alberi imponenti che dettano le linee di gioco.</p>
<p>Il Red Course, in particolare, è il cuore architettonico del complesso. È un campo da torneo nel senso più classico del termine, figlio di una generazione di architetti che vedeva il grande golf come una prova chiara e frontale. Trent Jones Sr. costruisce la difficoltà attraverso una continua pressione visiva: alberi che incorniciano le linee di gioco, con bunker e ostacoli d’acqua che obbligano il giocatore a scegliere traiettorie predeterminate. A Dar Es Salam il rischio è quasi sempre evidente, con una linea netta tra scelta aggressiva e lay-up. Non ci sono molte difficoltà nascoste, ma decisioni chiare davanti agli occhi dei giocatori. Il risultato è un percorso leggibile, quasi teatrale, dove ogni scelta sbagliata tende ad avere conseguenze immediate. È un’architettura lontana dal minimalismo contemporaneo, ma perfettamente coerente con l’idea di championship course della sua epoca: bello, severo e costruito per mettere alla prova il giocatore dall’inizio alla fine.</p>
<p>Dar Es Salam resta così uno dei luoghi più particolari del golf africano: non una trappola per turisti, ma un campo Royal nel senso storico del termine, un percorso che racconta un’epoca dell’architettura in cui il grande golf doveva essere bello, difficile e immediatamente riconoscibile.</p>
<figure id="attachment_92755" aria-describedby="caption-attachment-92755" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img  loading="lazy"  decoding="async"  class="wp-image-92755 size-large"  src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-1024x684.jpeg"  alt=""  width="1024"  height="684"  srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-1024x684.jpeg 1024w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-300x200.jpeg 300w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-768x513.jpeg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-380x254.jpeg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-800x534.jpeg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-1160x774.jpeg 1160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-760x507.jpeg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds-600x401.jpeg 600w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/rgds.jpeg 1200w"  sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" ><figcaption id="caption-attachment-92755" class="wp-caption-text">La buca 7 del Red course al Royal Golf Dar Es Salam</figcaption></figure>
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		<title>Il PGA Championship riparte dal capolavoro di Donald Ross: perché Aronimink è un campo speciale</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/il-pga-championship-riparte-dal-capolavoro-di-donald-ross-perche-aronimink-e-un-campo-speciale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 10:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1080" height="1350" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3.png 1080w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-240x300.png 240w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-819x1024.png 819w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-768x960.png 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-380x475.png 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-800x1000.png 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-760x950.png 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/Vittorio-Addabbo-2026-3-480x600.png 480w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p>
<p>Il secondo major dell’anno è arrivato. Oggi inizia la settimana del PGA Championship all’ Aronimink Golf Club, alle&#8230;</p>
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<p>Negli ultimi anni il PGA Championship è stato spesso il major con la selezione di campi meno entusiasmante dal punto di vista architettonico. A differenza del Masters, legato per definizione ad Augusta National, o dello U.S. Open, che visita regolarmente i grandi monumenti del golf americano, il PGA ha spesso privilegiato campi banali e non all’altezza di ospitare major. Quest’anno, però, Aronimink rappresenta una grande eccezione. Anzi, potrebbe essere il segnale di un cambio di tendenza: perché parliamo di uno dei migliori percorsi degli Stati Uniti.</p>
<p>Aronimink è un nome storico del golf americano. Il club esiste dalla fine dell’Ottocento, ma il campo attuale fu disegnato da Ross e inaugurato nel 1928. Secondo una frase ormai celebre, lo stesso architetto lo considerava il suo capolavoro. Un’affermazione forte, soprattutto se si considera che Ross ha firmato più di 400 campi negli Stati Uniti, compresi Pinehurst No. 2, Seminole e Oakland Hills. Ma Aronimink ha effettivamente qualcosa di speciale: non si fonda su una singola buca iconica, ma su una varietà costante di situazioni, angoli e approcci generati dalle ondulazioni naturali del terreno.</p>
<p>Il terreno è quello tipico della Pennsylvania: ondulato, naturale, mai estremo. Viene spesso descritto come una sorta di grande conca naturale dentro la quale il campo si muove tra creste rialzate, depressioni interne e continui cambi di quota. Non ci sono scenografie plateali o movimenti estremi, ma una sequenza di pendenze laterali, colpi in discesa, approcci in salita e green appoggiati su piccoli rialzi. È qui che nasce gran parte della strategia del percorso: la palla raramente resta neutra rispetto al terreno, e il giocatore deve continuamente scegliere l’angolo giusto per garantirsi un buon lie per attaccare il green.</p>
<p>Per anni, però, Aronimink si era progressivamente allontanato dall’idea originaria di Ross. Come molti grandi percorsi americani della sua epoca, il campo era stato ristretto dagli alberi, irrigidito nelle linee di gioco e trasformato in una noiosa sequenza di buche corridoio circondate da alberi. Anche il sistema di bunker era stato modificato: alcuni ostacoli erano stati spostati, altri eliminati perché considerati non più rilevanti per il gioco moderno.</p>
<p>La svolta è arrivata tra il 2016 e il 2017, quando Gil Hanse e Jim Wagner sono stati incaricati di restaurare il percorso in vista del ritorno di Aronimink al centro del grande golf americano. Il loro obiettivo non era modernizzare il campo, ma riportarlo al suo originale splendore: capire cosa fosse stato davvero costruito nel 1928 e riportare in superficie la logica originale di Donald Ross.</p>
<p>Il restauro ha riaperto il campo eliminando centinaia di alberi, recuperando larghezze e linee di gioco, e soprattutto ricostruito un sistema di bunker molto più articolato. Non bunker pensati solo per punire l’errore, ma per suggerire angoli, condizionare le scelte dal tee e rendere meno ovvio capire dove convenga davvero posizionare la palla.</p>
<p>L’importanza visiva dei bunker è una caratteristica evidente già nelle prime buche. Aronimink parte con una serie di par 4 solidi, mossi da bunker sfalsati sui due lati del fairway. Il giocatore può scegliere una linea più prudente, ma da lì l’approccio al green diventa meno favorevole. Chi invece sfida il bunker giusto può aprirsi un angolo migliore. È architettura classica da Golden Age: non necessariamente spettacolare in televisione al primo sguardo, ma molto sofisticata.</p>
<p>I green sono l’altro grande tema. Ross era un maestro nel costruire superfici che sembrano semplici fino a quando non ci si trova fuori posizione. Ad Aronimink molti green sono inclinati, terrazzati o protetti da pendenze che respingono la palla. La buca 11, con più di venti bunker e uno dei green più severi del campo, sarà probabilmente una delle più discusse della settimana. Anche la 13, par 4 corto e potenzialmente molto strategico, potrebbe creare grande varietà di score: non è lunga, ma basta un angolo sbagliato per trasformare una possibilità di birdie in un facile bogey.</p>
<p>Il finale creerà opportunità e spettacolo. La 15, lunghissimo par 4 di quasi 500 metri, richiede un colpo a correre verso un green aperto frontalmente; la 16 è un par 5 raggiungibile, ma con un green difficile da fermare; la 17 porta l’acqua in gioco su un par 3 che può decidere il torneo; la 18 chiude in salita verso un grande green terrazzato, perfetto per decidere un major.</p>
<p>Aronimink quindi sarà un test di controllo, traiettorie, spin e soprattutto intelligenza. I migliori giocatori al mondo dovranno capire quando attaccare e quando accettare il centro del green.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Se il PGA Championship vuole diventare qualcosa di più del “quarto major”, deve ripartire dalla qualità dei campi. Negli Stati Uniti i grandi percorsi non mancano, e Aronimink dimostra quanto una scelta architettonicamente forte possa dare identità, spessore e credibilità al torneo. Purtroppo la sede del prossimo anno, PGA Frisco, non sembra andare nella stessa direzione; ma il calendario successivo offre segnali più incoraggianti, con Olympic Club nel 2028, Baltusrol nel 2029 e Congressional nel 2030. Aronimink, quindi, può essere un grande inizio: non un’eccezione isolata, ma il primo passo verso un PGA Championship finalmente costruito attorno a campi all’altezza del suo status.</p>

<a href='https://notiziegolf.it/storie/il-pga-championship-riparte-dal-capolavoro-di-donald-ross-perche-aronimink-e-un-campo-speciale/attachment/67ec89b1601528967b52cdb8_aron-2-1/'><img  loading="lazy"  decoding="async"  width="300"  height="188"  src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-300x188.jpeg"  class="attachment-medium size-medium"  alt=""  srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-300x188.jpeg 300w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-1024x640.jpeg 1024w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-768x480.jpeg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-1536x960.jpeg 1536w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-380x238.jpeg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-800x500.jpeg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-1160x725.jpeg 1160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-760x475.jpeg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-1600x1000.jpeg 1600w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1-600x375.jpeg 600w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/05/67ec89b1601528967b52cdb8_Aron-2-1.jpeg 1920w"  sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" ></a>
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		<title>Harbour Town si è rifatto il look: il capolavoro di Pete Dye torna alle origini</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/harbour-town-si-e-rifatto-il-look-il-capolavoro-di-pete-dye-torna-alle-origini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 10:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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<p data-start="524" data-end="1183">Harbour Town non è un campo qualunque. Quando aprì nel 1969, Pete Dye firmò uno dei progetti più influenti del golf americano del dopoguerra. In un’epoca in cui gran parte dell’architettura puntava su buche lunghissime e impossibili, Dye fece l’opposto. Voleva prendere le distanze dal linguaggio dominante di Robert Trent Jones, che in quegli anni stava imponendo un’idea di campo più monumentale e più muscolare. Harbour Town, invece, era basso di profilo, con corridoi visivamente stretti, pieno di angoli, alberi, linee di dogleg e green piccoli, intelligentemente protetti da bunker con sponde in legno che sarebbero poi diventate un marchio di fabbrica di Dye.</p>
<p data-start="1185" data-end="1786">È con questo percorso che Pete Dye cambia per la prima volta il corso dell’architettura moderna. Qui dimostrò che un grande campo non ha bisogno di essere lunghissimo per testare il gioco dei migliori giocatori al mondo, né spettacolare in modo ovvio per essere memorabile. Il terreno di partenza non era straordinario, eppure Dye costruì un test sofisticato, mentale prima ancora che fisico, in cui la posizione dal tee conta più della pura lunghezza e in cui il colpo d’approccio ha valore solo se arriva dall’angolo giusto. In pratica, Harbour Town sposta il focus dalla forza bruta alla strategia.</p>
<p data-start="1788" data-end="2340">Proprio per questo, il restyling inaugurato in questa edizione del torneo era un’operazione delicatissima. Toccare Harbour Town significava intervenire su un campo storico, e sarebbe stato facile fare disastri. La scelta di affidare il lavoro a Davis Love III, cinque volte vincitore dell’Heritage (il torneo che si gioca qui ogni anno) e profondo conoscitore del percorso, va letta in questa chiave. L’obiettivo dichiarato non era modernizzare Harbour Town, ma proteggerne i valori strategici e riportare in superficie dettagli che col tempo si erano attenuati.</p>
<p data-start="2342" data-end="2726">Il restauro ha interessato l’intero campo, ma con una mano estremamente leggera: un occhio poco attento, guardando il torneo in televisione, potrebbe anche non essersi accorto dei lavori. Sono stati ricostruiti tutti i green e tutti i bunker, eliminati alcuni alberi troppo vicini ai corridoi di gioco e reintrodotti altri, e i fairway sono stati riportati alle dimensioni originarie.</p>
<p data-start="2728" data-end="3189" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Il nuovo Harbour Town è riuscito là dove molti restauri falliscono: non ha cercato di stravolgere il campo e rendere Pete Dye più moderno, ma di restituire al percorso un’identità ancora più autentica, ritornando alle origini. E per un campo che, più di cinquant’anni fa, ha insegnato all’America che un par si difende con la strategia più che con la brutalità, il complimento più grande possibile è proprio questo: oggi Harbour Town sembra ancora più Pete Dye.</p>
<figure id="attachment_91662" aria-describedby="caption-attachment-91662" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img  loading="lazy"  decoding="async"  class="wp-image-91662 size-full"  src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1.jpg"  alt=""  width="1024"  height="680"  srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1.jpg 1024w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-300x199.jpg 300w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-768x510.jpg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-380x252.jpg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-800x531.jpg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-760x505.jpg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/harbour-town-golf-links-1-600x398.jpg 600w"  sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" ><figcaption id="caption-attachment-91662" class="wp-caption-text">La celebre buca 18 con il faro sullo sfondo</figcaption></figure>
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		<title>Augusta National: un campo di angoli</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/augusta-national-un-campo-di-angoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 10:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
		<category><![CDATA[Augusta National]]></category>
		<category><![CDATA[Masters Tournament]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1080" height="1350" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026.png 1080w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-240x300.png 240w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-819x1024.png 819w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-768x960.png 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-380x475.png 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-800x1000.png 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-760x950.png 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-480x600.png 480w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p>
<p>Ci siamo: il Masters è alle porte e, come ogni primavera, gli occhi del golf mondiale tornano sull’Augusta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1350" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026.png 1080w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-240x300.png 240w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-819x1024.png 819w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-768x960.png 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-380x475.png 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-800x1000.png 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-760x950.png 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2026/04/Vittorio-Addabbo-2026-480x600.png 480w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p><p>Ci siamo: il Masters è alle porte e, come ogni primavera, gli occhi del golf mondiale tornano sull’Augusta National Golf Club, il palcoscenico più riconoscibile del nostro sport.</p>
<p>Per molti, Augusta è il simbolo del campo impossibile, severo, quasi spietato. Eppure c’è un aspetto che spesso sorprende i golfisti di tutto il mondo: questo è il campo con i fairway di gran lunga più larghi della stagione.</p>
<p>Fino al Masters del ’99, infatti, Augusta non aveva nessun tipo di rough: tutta la proprietà era tagliata come fairway. Dopo la leggendaria vittoria di Tiger nel ’97, il Club decise di allungare il campo e di introdurre un primo taglio di rough, che è comunque poco più alto della maggior parte dei fairway che giochiamo noi comuni mortali.</p>
<p>Com’è possibile, quindi, che un campo pensato per mettere alla prova ogni anno i migliori giocatori del mondo non abbia un vero e proprio rough? La risposta è semplice: gli angoli.</p>
<p>Augusta non è un campo che ti chiede solo di colpire il fairway: è quasi tutto fairway. Ti chiede di colpire la parte giusta del fairway. E questa differenza è enorme. Un fairway largo, infatti, non implica automaticamente libertà. Al contrario, può essere il modo migliore per creare scelte vere e premiare i drive più accurati. Se hai spazio, puoi scegliere una linea più prudente oppure una più aggressiva. Ma ognuna di queste linee cambia l’angolo con cui attaccherai il green e, quindi, cambia radicalmente il colpo successivo.</p>
<p>È proprio qui che Augusta mostra la sua grandezza. Le buche si difendono facendo sì che il secondo colpo, da una certa porzione del fairway, diventi molto più difficile o addirittura quasi impossibile verso alcune posizioni di bandiera. In altre parole, il campo non ti punisce solo perché hai sbagliato. Ti mette nella condizione di capire, un colpo dopo, se davvero hai scelto il lato giusto.</p>
<p>Questo principio si realizza mettendo i green al centro del progetto. Sono ampi, mossi e angolati, con pendenze interne molto marcate e settori che possono essere raggiunti solo con il colpo giusto, dal lato giusto.</p>
<p>Questo è uno dei principi fondamentali di una buona architettura di campi da golf e in nessun luogo è così evidente come ad Augusta. Forse solo nel campo che ha ispirato l’architetto e il fondatore di Augusta: l’Old Course di St Andrews. Questi due campi non potrebbero essere più diversi esteticamente, ma, da un punto di vista strategico, sono molto simili. Per questo molti definiscono Augusta un links mascherato da parkland.</p>
<p>Per capire veramente il percorso di Augusta bisogna partire dai green. Il design premia chi legge la buca all’indietro, partendo dal green e ragionando su quale lato del fairway offra il miglior accesso. È una forma di strategia sottile, meno immediata della semplice penalità, ma molto più raffinata.</p>
<p>Tra l’altro, questo permette al campo di essere giocabile e divertente per i soci: è virtualmente impossibile perdere una palla su questo campo, se non in un ruscello o in un laghetto.</p>
<p>Il paradosso di Augusta è proprio questo: il campo che ogni anno mette alla prova i migliori giocatori del mondo può risultare relativamente semplice per un giocatore della domenica, a patto che i green non siano veloci come durante la settimana del Masters.</p>
<p>Alla fine, la lezione di Augusta è questa: un campo non deve essere stretto per essere selettivo. A volte può essere molto più difficile quando ti lascia spazio. Perché, se ti lascia scegliere, poi non hai scuse. Hai solo un angolo migliore o uno peggiore. E ad Augusta, spesso, è proprio lì che si decide tutto.</p>

<a href='https://notiziegolf.it/storie/un-tempo-augusta-si-giocava-al-contrario/attachment/augusta1932/'><img  loading="lazy"  decoding="async"  width="214"  height="300"  src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-214x300.jpeg"  class="attachment-medium size-medium"  alt=""  srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-214x300.jpeg 214w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-730x1024.jpeg 730w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-768x1077.jpeg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-1095x1536.jpeg 1095w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-380x533.jpeg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-800x1122.jpeg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-1160x1627.jpeg 1160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-760x1066.jpeg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932-428x600.jpeg 428w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2023/03/Augusta1932.jpeg 1369w"  sizes="auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px" ></a>
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		<title>Royal Portrush &#8211; moderno e selvaggio</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/royal-portrush-moderno-e-selvaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 07:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
		<category><![CDATA[The OPEN]]></category>
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<p>Considerato uno dei migliori percorsi da campionato al mondo, Royal Portrush vanta sicuramente il paesaggio e le dune&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1350" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush.png 1080w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-240x300.png 240w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-819x1024.png 819w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-768x960.png 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-380x475.png 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-800x1000.png 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-760x950.png 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2025/07/2025_addabbo_royal_portrush-480x600.png 480w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p><p>Considerato uno dei migliori percorsi da campionato al mondo, Royal Portrush vanta sicuramente il paesaggio e le dune più spettacolari tra tutte le sedi dell’Open Championship.</p>
<p>In perfetto stile irlandese, le dune attraverso cui si snoda il campo sono enormi e selvagge, offrendo una tela naturale ideale per la creazione di un tracciato straordinario.</p>
<p>Situato sulla costa nord-orientale dell’Irlanda, il Dunluce Links di Royal Portrush è uno degli esempi più emblematici dell’architettura di Harry Colt, probabilmente il progettista di campi da golf più influente e importante della storia. A lui fu affidato, nel 1923, l’incarico di ridisegnare il tracciato originariamente firmato da Old Tom Morris, ma i lavori di costruzione iniziarono solo nel 1929.</p>
<p>Nel 1951, meno di vent’anni dopo l’inaugurazione del nuovo tracciato, Portrush ospitò il primo Open disputato al di fuori della Gran Bretagna. Sarebbero poi trascorsi quasi settant’anni prima che il più antico major del golf tornasse in Irlanda del Nord. Ma l’attesa fu ampiamente ripagata: nel 2019, l’irlandese Shane Lowry conquistò la Claret Jug proprio sul Dunluce Links, scrivendo una delle pagine più emozionanti della storia recente del torneo.</p>
<h4 id="il-campo"><b>Il Campo</b></h4>
<p>Il Dunluce Links di Royal Portrush si distingue dalla maggior parte dei links irlandesi e scozzesi per la complessità dei suoi green.</p>
<p>Molti links storici sono stati “scoperti” piuttosto che costruiti: i progettisti sceglievano aree pianeggianti tra le dune per posizionare i green, ed è per questo che molti di questi campi presentano green relativamente semplici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Portrush, invece, fu realizzato in una fase avanzata della “Golden Age” dell’architettura di campi da golf. Quando il campo è stato costruito Harry Colt era all’apice della sua carriera e aveva grande esperienza nella costruzione dei green, riuscendo a modellare superfici molto più dinamiche e articolate rispetto alla norma.</p>
<p>Per poter ospitare le infrastrutture dell’Open, nel 2015 sono state costruite due nuove buche, la 7 e la 8, che sono andate a sostituire la vecchia 1 e 18. Il terreno sul quale sorgono le nuove buche è spettacolare, proprio sotto la grande duna che domina tutto il paesaggio di Portrush. Alcuni elementi però sono stati fortemente criticati per non essere all’altezza del resto del percorso, come il green dell 7 che è gia stato ricostruito tre volte dal 2017.</p>
<p>Il campo si snoda tra dune imponenti e ondulazioni di media grandezza, perfettamente proporzionate al gioco del golf. La strategia di molte buche è data proprio dal modo in cui queste ondulazioni naturali influenzano il gioco: il terreno stesso è l’ostacolo principale, molto più della sabbia. Non a caso, Portrush è di gran lunga il campo della Rota dell’Open con meno bunker, con soli 62 ostacoli di sabbia.</p>
<p>Come da tradizione, il routing del percorso parte nel cuore del villaggio di Portrush e si estende fino al mare, per poi tornare nell’entroterra e, dopo alcuni giri centrali nella proprietà, si conclude con il green della 18 che riporta il giocatore vicino al paese. Questo tracciato conferisce al percorso un’identità unica, con continui cambi di direzione che aumentano la varietà strategica soprattutto in presenza di vento.</p>
<p>Nonostante la sua posizione costiera, molte delle viste sull’oceano sono in realtà celate da una cresta di dune (sulla destra della nuova buca 7) che separa il campo dalla spiaggia. L’apice estetico si raggiunge alla buca 5, un meraviglioso par 4 corto e drivable, giocato da un tee sopraelevato che regala una vista mozzafiato sull’Atlantico. Il green è incastonato sull’orlo di una duna che precipita direttamente sulla spiaggia sottostante, ed è protetto da un mound che ne caratterizza la strategia.</p>
<p>La combinazione tra green audaci, terreno duro e ondulato e un paesaggio naturale di straordinario impatto, rende il Dunluce Links del Royal Portrush non solo uno dei migliori campi da golf del Regno Unito, ma uno dei più affascinanti e completi al mondo. Un percorso dove la storia, l’architettura e la natura si fondono in modo magistrale, e che questa settimana avremo la fortuna di vedere testato dai migliori giocatori al mondo durante l’Open Championship.</p>

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		<title>Sotto i piedi di ogni golfista: i drenaggi</title>
		<link>https://notiziegolf.it/storie/sotto-i-piedi-di-ogni-golfista-i-drenaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Addabbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 11:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[STORIE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1920" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo.jpg 1920w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-300x300.jpg 300w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1024x1024.jpg 1024w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-150x150.jpg 150w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-768x768.jpg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1536x1536.jpg 1536w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-80x80.jpg 80w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-110x110.jpg 110w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-380x380.jpg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-800x800.jpg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1160x1160.jpg 1160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-160x160.jpg 160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-220x220.jpg 220w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-760x760.jpg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1600x1600.jpg 1600w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-600x600.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ogni golfista che si rispetti ha giocato almeno qualche buca sotto la pioggia, a volte notando pozzanghere ovunque,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1920" src="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo.jpg 1920w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-300x300.jpg 300w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1024x1024.jpg 1024w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-150x150.jpg 150w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-768x768.jpg 768w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1536x1536.jpg 1536w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-80x80.jpg 80w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-110x110.jpg 110w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-380x380.jpg 380w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-800x800.jpg 800w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1160x1160.jpg 1160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-160x160.jpg 160w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-220x220.jpg 220w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-760x760.jpg 760w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-1600x1600.jpg 1600w, https://notiziegolf.it/wp-content/uploads/2024/03/2024-6-Vittorio-Addabbo-600x600.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Ogni golfista che si rispetti ha giocato almeno qualche buca sotto la pioggia, a volte notando pozzanghere ovunque, altre stupendosi del fatto che il terreno restasse asciutto nonostante il temporale.</p>
<p>In entrambi i casi, il responsabile è il drenaggio.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il drenaggio è uno degli aspetti fondamentali di un campo da golf, ed è un’arte antichissima nata per mantenere asciutti i campi coltivati. Senza di esso, i terreni impregnati di pioggia renderebbero il terreno incoltivabile e il campo da golf impraticabile. Per far crescere qualsiasi cosa infatti, è necessario avere un equilibrio nell’umidità del terreno.</p>
<h4 id="cosa-sono-effettivamente-i-drenaggi"><b>Cosa sono effettivamente i drenaggi?</b></h4>
<p>I sistemi di drenaggio servono a gestire il deflusso dell’acqua in modo efficiente. Evitando ristagni ed eliminando l’acqua piovana in eccesso o quella proveniente dall’irrigazione, garantiscono che il manto erboso rimanga asciutto, compatto e resistente.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un drenaggio efficace non solo mantiene condizioni di gioco ottimali, ma protegge anche il manto erboso da malattie causate dall’umidità prolungata e preserva l’integrità strutturale del campo.</p>
<h4 id="drenaggio-di-superficie-vs-french-drain"><b>Drenaggio di superficie vs French Drain</b></h4>
<p>Esistono due tipi principali di sistemi di drenaggio sui campi da golf: il drenaggio di superficie e il French Drain, spesso erroneamente chiamato drenaggio francese.</p>
<h5 id="drenaggio-di-superficie">Drenaggio di superficie</h5>
<p>Questo tipo di drenaggio sfrutta la pendenza naturale e la modellazione del terreno per convogliare l’acqua verso fossati, bacini o aree di raccolta. Controllando il flusso dell’acqua in superficie e mantenendola in movimento, si evita di farla penetrare nel sottosuolo e la si convoglia verso laghi, ruscelli e canali.</p>
<p>Drenare correttamente la superficie di un campo da golf è uno dei compiti principali di un architetto di campi da golf. Pete Dye era solito dire: “L’architettura di campi da golf non è altro che l’arte di far sembrare bello un drenaggio”.</p>
<p>Anche il detto che i putt calano sempre verso il laghetto più vicino deriva dalla logica del drenaggio di superficie.</p>
<h5 id="drenaggio-french">Drenaggio French</h5>
<p>Il drenaggio French è un metodo antico che è stato descritto per la prima volta da Henry Flagg French nel suo libro “Farm Drainage” nel 1859.</p>
<p>Questo metodo consiste in un sistema sotterraneo progettato per gestire l’acqua che penetra nel terreno. Esistono molte varianti di questo metodo, ma fondamentalmente è composto da tubi perforati posizionati in trincee riempite di ghiaia. I tubi raccolgono e trasportano l’acqua in eccesso sottoterra fino a punti di scarico designati. Questo sistema è fondamentale in terreni con alto contenuto di argilla, e senza di esso il golf non esisterebbe all’infuori dei Links.</p>
<p>Qualsiasi green sul quale abbiate giocato (che non sia un Links), sotto il manto erboso ha un reticolo di tubi di drenaggio che ne permettono l’esistenza.</p>
<p>Allo stesso modo qualsiasi avvallamento o bunker ha un sistema di drenaggio che permette all’acqua di defluire senza allagare la superficie.</p>

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<p>I sistemi di drenaggio sono una componente indispensabile, ma spesso trascurata, di ogni campo da golf. Queste reti nascoste lavorano senza sosta per mantenere il manto erboso asciutto, il campo praticabile e il gioco piacevole per tutti i golfisti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Che si tratti di deviare l’acqua in superficie o di gestirne il flusso sotterraneo, i sistemi di drenaggio costituiscono la spina dorsale di un campo da golf.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La prossima volta che giochi su un campo ben curato, prova a notare come le ondulazioni del terreno convogliano l’acqua sempre lontano dal gioco, e ricorda che sotto i tuoi piedi c’è una rete di tubi e canali sotterranei!</p>
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