Ieri si è chiuso l’RBC Heritage e a vincere è stato Matt Fitzpatrick. Ma al di là del risultato, l’edizione 2026 del torneo resterà soprattutto come quella del debutto del “nuovo” Harbour Town Golf Links: lo storico percorso di Hilton Head si è ripresentato in veste restaurata dopo il grande intervento completato da Davis Love III e dal suo team, con riapertura avvenuta nel novembre 2025. Non un redesign per stravolgere il percorso, ma un progetto che ha avuto come obiettivo quello di riportare in vita l’anima originale del campo.
Harbour Town non è un campo qualunque. Quando aprì nel 1969, Pete Dye firmò uno dei progetti più influenti del golf americano del dopoguerra. In un’epoca in cui gran parte dell’architettura puntava su buche lunghissime e impossibili, Dye fece l’opposto. Voleva prendere le distanze dal linguaggio dominante di Robert Trent Jones, che in quegli anni stava imponendo un’idea di campo più monumentale e più muscolare. Harbour Town, invece, era basso di profilo, con corridoi visivamente stretti, pieno di angoli, alberi, linee di dogleg e green piccoli, intelligentemente protetti da bunker con sponde in legno che sarebbero poi diventate un marchio di fabbrica di Dye.
È con questo percorso che Pete Dye cambia per la prima volta il corso dell’architettura moderna. Qui dimostrò che un grande campo non ha bisogno di essere lunghissimo per testare il gioco dei migliori giocatori al mondo, né spettacolare in modo ovvio per essere memorabile. Il terreno di partenza non era straordinario, eppure Dye costruì un test sofisticato, mentale prima ancora che fisico, in cui la posizione dal tee conta più della pura lunghezza e in cui il colpo d’approccio ha valore solo se arriva dall’angolo giusto. In pratica, Harbour Town sposta il focus dalla forza bruta alla strategia.
Proprio per questo, il restyling inaugurato in questa edizione del torneo era un’operazione delicatissima. Toccare Harbour Town significava intervenire su un campo storico, e sarebbe stato facile fare disastri. La scelta di affidare il lavoro a Davis Love III, cinque volte vincitore dell’Heritage (il torneo che si gioca qui ogni anno) e profondo conoscitore del percorso, va letta in questa chiave. L’obiettivo dichiarato non era modernizzare Harbour Town, ma proteggerne i valori strategici e riportare in superficie dettagli che col tempo si erano attenuati.
Il restauro ha interessato l’intero campo, ma con una mano estremamente leggera: un occhio poco attento, guardando il torneo in televisione, potrebbe anche non essersi accorto dei lavori. Sono stati ricostruiti tutti i green e tutti i bunker, eliminati alcuni alberi troppo vicini ai corridoi di gioco e reintrodotti altri, e i fairway sono stati riportati alle dimensioni originarie.
Il nuovo Harbour Town è riuscito là dove molti restauri falliscono: non ha cercato di stravolgere il campo e rendere Pete Dye più moderno, ma di restituire al percorso un’identità ancora più autentica, ritornando alle origini. E per un campo che, più di cinquant’anni fa, ha insegnato all’America che un par si difende con la strategia più che con la brutalità, il complimento più grande possibile è proprio questo: oggi Harbour Town sembra ancora più Pete Dye.
