Il baco della mente è sempre peggio di quello che affligge il melo: lo sappiamo benissimo noi golfisti neurolabili quando infiliamo lo score della garetta nella tasca dei pantaloni.
Da quell’istante impercettibile in cui quella carta maledetta sfiora il tessuto dei nostri vestiti, i più di noi diventano altra cosa da se stessi.
Ci pensavo l’altro giorno, seduta al bar a gustarmi gli imprescindibili cappuccino e cornetto della colazione, quando la visione di un bassotto col guinzaglio attorcigliato alle gambe di una seggiola mi ha fatto riflettere su quanto quell’immagine assomigliasse alla testa del neurogolfista impegnato in una medal o in una stableford, scegliete voi che tanto è lo stesso.
I
l bassotto continuava a girare, e rigirare, e rigirare ancora intorno alla sedia, e più lo faceva, più si imprigionava e si condannava all’immobilità. E la vista del suo guinzaglio attorcigliato e accorciato mi ha -non so perché- immediatamente ricordato quei disastrosi pensieri circolari che ci invadono la mente appena sbagliamo un colpo che ritenevamo alla nostra portata.
Non è forse in quegli istanti che iniziamo a ripeterci le solite litanie mentali, quelle che ci ricordano quanto, in qualità di golfisti, siamo negati, incapaci e pure stupidi? Non è lì, in quel momento di frustrazione, che la fluidità del nostro cervello inizia a mettersi da solo un guinzaglio che si fa sempre più corto a ogni moccolo che ci rivolgiamo, imbavagliando i nostri neuroni che all’improvviso diventano incapaci così di sussurrarci all’orecchio sagge e utili parole di incoraggiamento?
Inutile negarlo: diventiamo tutti come quel bassotto al bar, prigionieri di quel baco della mente di cui parlavo all’inizio.
Per essere più chiara, posso anche dirvi che è come se entrassimo a gamba tesa in una sorta di “double thinking orwelliano”: da una parte desideriamo segnare un buono score, dall’altra ci bombardiamo di insulti che minano la nostra fiducia e prestazione.
Cosa fare dunque in quei frangenti, mi pare ovvio che a questo punto della discussione sia la domanda chiave.
Ora, siccome la mente umana è come una crisalide in continua evoluzione e cambiamento, possiamo e dobbiamo certamente approfittare di questa sua plasticità, anche perché, in fondo, felicità e tristezza non sono mai così lontani tra loro. E, se è vero, come sostiene Alessandro Baricco, che “lasciar correre è la materia di cui è fatta la felicità”, allora l’unico modo per sguinzagliarci di nuovo sereni nella nostra personalissima caccia al par sta nel dimenticare in fretta quello che si è appena combinato, e resettarci veloci sul colpo successivo, che, come tutti i grandi insegnano, è sempre quello più importante.
l bassotto continuava a girare, e rigirare, e rigirare ancora intorno alla sedia, e più lo faceva, più si imprigionava e si condannava all’immobilità. E la vista del suo guinzaglio attorcigliato e accorciato mi ha -non so perché- immediatamente ricordato quei disastrosi pensieri circolari che ci invadono la mente appena sbagliamo un colpo che ritenevamo alla nostra portata.