“Penso a COME FARE lo swing? Penso a COME MUOVERE il putter?”
Queste sono due domande che dovremmo tutti farci quando arriviamo sul green, prima di eseguire qualsiasi colpo in campo.
Da questo punto di vista, il putting è un colpo “strano”, facilmente ingannevole: essendo un movimento molto piccolo e VISIBILE nella sua totalità, dà la parvenza di poter essere controllato, guidato; o, per lo meno, è quello di cui spesso si convince il giocatore.
Più lo swing è corto, più si pensa di poterlo guidare “come si vuole”, così da ottenere il risultato desiderato.
Tuttavia, questa idea non corrisponde alla realtà dei fatti: lo swing dura solitamente circa 1 secondo (anche meno, più ci avviciniamo alla buca) e un’azione complessa, come ad esempio muovere il braccio, richiede centinaia di millisecondi per essere realizzata passando dal pensiero al gesto.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea:
considerando che anche un solo grado di errore può spesso mandare la pallina fuori dalla buca, com’è possibile controllare ogni millimetro o centimetro dello swing quando questo dura meno di 1 secondo, se nemmeno le nostre azioni sono simultanee?
Ovviamente è spontaneo cercare di gestire il movimento, perché il nostro cervello vuole “raggiungere il bersaglio”. Tuttavia, più cerco di controllarlo, più aumentano le variabili, perché il nostro corpo non può essere così preciso da ripetere volontariamente sempre lo stesso swing, quasi come se lo stessimo tracciando a mano.
La cosa migliore che una persona possa fare è semplicemente giocare, lasciare che il proprio corpo si muova spontaneamente, magari utilizzando all’occorrenza un feeling o sensazione, facendo sì che sia il bastone a muoversi di conseguenza.
Come abbiamo detto in un articolo precedente, è la pratica a correggere il gesto, con l’obiettivo di arrivare in campo ed eseguire uno swing già più corretto rispetto alla volta precedente.