Lo swing che attraversa il tempo

Due secondi di swing  possono contenere memorie, epoche, età. 

Uno swing “dura” poco, almeno per chi lo guarda da fuori.

Per chi lo esegue, invece, può cristalizzare un’eternità; la prima lezione, la correzione mai digerita, il maestro ascoltato tardi, il dolore alla schiena, il colpo riuscito una volta e inseguito per mezza stagione…

L’età del giocatore nel golf, si vede in dettagli minuziosi come il modo di camminare verso la palla, nel rapporto con l’attesa, nella pace con cui si lascia vivere un colpo mediocre.

Henri Bergson, Parigi, 1889, Essai sur les données immédiates de la conscience (Félix Alcan): «La durée toute pure est la forme que prend la succession de nos états de conscience quand notre moi se laisse vivre».

La durata tutta pura è la forma che prende la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere.

Tempo dell’orologio vs tempo vissuto.

L’orologio dice: lo swing dura due secondi. Il golfista, a lavorarci sopra, ci sta per anni. Il backswing non è misurabile in frazioni di secondo ma in stanze interiori, in paesaggi, in volti ricordati. È il primo paradosso del golf: lo sport moderno più cronometrato del mondo, con i “pace of play” più rigidi, vive del suo contrario — dell’implosione del cronometro dentro il corpo.

Maurice Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception (Gallimard, 1945), scrive la frase che dovremmo appendere nello spogliatoio di ogni clubhouse: «Le corps est notre moyen général d’avoir un monde».

“Il corpo è il nostro modo generale di avere un mondo.”

Il golfista sa che quando esegue il movimento e in particolar modo nel momento dell’impatto, quello swing, anche se solo per un ventesimo di secondo, lo abita, lo attraversa e lo consuma.

Potremmo dire che il golfista  vive tutte e tre  le dimensioni dello spazio-tempo contemporaneamente: il backswing come una vita (durata), l’impatto indivisibile (istante), il follow-through che apre un posto ( nel mondo). È per questo che lo swing è il gesto più ricco di tutto lo sport occidentale. Una vera e propria scuola fenomenologica all’aria aperta.

Per questo i grandi maestri dicono sempre di rallentare il backswing. Per motivi filosofici. Chi accelera il backswing tenta di far entrare il tempo dell’orologio dentro la stanza del corpo.

Ci riuscirà solo per sbaglio.

Chi lo “rallenta”, lascia che il corpo abbia il suo mondo.

Lo swing migliore della tua vita è quello in cui non hai pensato a niente.

Ma «non pensare a niente» è la formulazione sbagliata. La formulazione giusta è: “lasciare che il corpo pensi da solo, cioè lasciare che il corpo abiti il mondo che è suo”.

Provaci alla prossima gara. Non cronometrare il backswing: ascolta che cosa ci passa attraverso. Un ricordo di chi ti ha insegnato, un vecchio errore che ancora punge, il sollievo di un colpo finalmente semplice. Nei campi si invecchia anche così, portandosi addosso un archivio che ogni tanto, per due secondi, torna a manifestarsi in pura gestualità.

Per questo i grandi swing   detengono biografia, ostinazione, età, errori conservati e piccoli aggiustamenti che nessuno applaude ma che fanno sopravvivere un giocatore.

 

Il tempo del golf risiede  in quei due secondi in cui il corpo si ricorda chi siamo stati, chi proviamo ancora a essere e quanto tempo serve, a volte, per colpire una pallina.


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