Presidents Cup 2026: dodici contro l’impero

Presidents Cup 2026: dodici contro l’impero.

La Presidents Cup è quel torneo in cui gli Stati Uniti affrontano il resto del mondo, purché il resto del mondo non comprenda l’Europa: dopo le recenti Ryder Cup, più che una distinzione geografica sembra un programma federale per restituire autostima al golf americano. Da qualche anno, per ulteriore sicurezza, manca anche una parte consistente dei migliori giocatori finiti sul LIV soprattutto lato International. La formula rimane affascinante, emotiva e leggermente difettosa, come una supercar con tre ruote: fa rumore, attira gli sguardi e, guarda caso, finisce quasi sempre dalla stessa parte.

Dal 24 al 27 settembre, sul nuovo Course No. 3 di Medinah, la squadra americana proverà a vincere per l’undicesima volta consecutiva. Il bilancio complessivo è 13 vittorie USA, una vittoria International e un pareggio. Tradotto in termini meno diplomatici: dal 1998 gli Internationals non sollevano questa coppa e dal 2003 non riescono nemmeno a non perderla. Sono passati abbastanza anni da rendere Adam Scott un veterano, una leggenda e quasi un monumento storico protetto dall’UNESCO.

Eppure continuiamo ad aspettarla. Perché il match play trasforma giocatori normalmente educati in persone che fist pumpano dopo un par, rende un putt da un metro una questione di politica estera e permette di assistere a match sempre spettacolari. La domanda della settimana non è quindi se gli Stati Uniti siano più forti. Lo sono, e di molto. La domanda è se Geoff Ogilvy (Capitano international di questa edizione) riesca a comprimere quella superiorità dentro 30 match brevi, nervosi e spesso decisi da due putt imbucati nel momento giusto.

Una competizione nata sbilanciata

La storia della Presidents Cup non suggerisce dominio americano. Lo urla con un megafono. L’unica vittoria International arrivò nel 1998 a Royal Melbourne, un 20,5 a 11,5 talmente netto da sembrare un errore di stampa. Shigeki Maruyama, “The Smiling Assassin”, chiuse 5-0-0 e ancora oggi viene citato come si citano gli avvistamenti della cometa di Halley: con rispetto, nostalgia e la consapevolezza che potrebbe non ricapitare durante la nostra vita.

Nel 2003, a Fancourt in Sudafrica, il torneo finì 17-17. Tiger Woods ed Ernie Els disputarono tre buche di spareggio senza soluzione; Woods imbucò da circa quattro metri e mezzo per il par, Els rispose da quasi due, poi il buio convinse Jack Nicklaus e Gary Player a condividere la coppa. Fu uno dei finali più belli e più strani del golf moderno: due capitani decisero che nessuno meritava di perdere, una soluzione che oggi porterebbe alla creazione di tre commissioni, sette podcast e almeno un thread di 48 post sulla mancanza di killer instinct.

Da allora, però, niente più poesia. Dieci vittorie americane consecutive. Nel 2019 a Royal Melbourne gli Internationals arrivarono alla domenica avanti 10-8, poi Tiger giocatore-capitano guidò la rimonta fino al 16-14. Nel 2024 a Montreal gli Stati Uniti vinsero 5-0 la prima sessione; gli Internationals risposero con un magnifico 5-0 il venerdì, un raro momento in cui la coppa sembrò finalmente in gioco, ma il finale fu ancora 18,5 a 11,5 per gli USA. Questa competizione è bravissima a vendere speranza il venerdì e a presentare il conto molto presto la domenica.

Il peso del ranking non può essere ignorato

Prendiamo il ranking mondiale dei 24 giocatori annunciati. La media americana è 16,25. Quella International è 49,4. La mediana è ancora più brutale: 9,5 contro 53. Undici statunitensi su dodici sono nei primi 30 del mondo; l’unica eccezione è Jackson Koivun, numero 57, che ha 21 anni, è diventato professionista a luglio, ha vinto al terzo start sul PGA Tour e per Data Golf è già il numero 22. Una debolezza devastante, praticamente.

Dall’altra parte soltanto Si Woo Kim è dentro la top 20, al numero 14. Ryan Fox è 22, Hideki Matsuyama 27, Min Woo Lee 30 e Tom Kim 31. Poi si scende fino al numero 104 di Christiaan Bezuidenhout (giocatore che personalmente adoro). Non significa che Bezuidenhout sia un peso morto: il suo record in Presidents Cup è 3-1-1, magnifico e totalmente coerente con il fatto che il match play ama umiliare i fogli Excel. Significa però che Ogilvy deve trovare rendimento sopra la media in quasi ogni sessione, mentre Brandt Snedeker può permettersi che due o tre giocatori abbiano una settimana normale.

Anche i record passati raccontano la stessa storia. Escludendo i debuttanti e sommando i risultati in Presidents Cup, i nove americani con esperienza arrivano a 47 vittorie, 26 sconfitte e 8 pareggi, cioè quasi il 63 per cento dei punti disponibili. Gli otto Internationals già scesi in campo totalizzano 49 vittorie, 67 sconfitte e 16 pareggi, poco più del 43 per cento. Non è un confronto perfetto, perché gli avversari, le coppie e il numero di match cambiano, ma serve a capire il peso psicologico della settimana: alcuni americani entrano sapendo come si vince; troppi Internationals entrano ricordando come si è perso.

Il lusso americano di lasciare a casa chi vince

La fotografia più crudele della profondità americana non è nella squadra, ma fuori. J.J. Spaun è rimasto escluso dalle scelte di Snedeker. Poi è andato a Wentworth, ha giocato le ultime cinque buche con quattro birdie, ha chiuso a -17 e ha vinto il BMW PGA Championship di due colpi. Ha ammesso di aver giocato con un enorme sassolino nella scarpa dopo lo snub. Gli Stati Uniti, in pratica, lasciano a casa il numero 12 del mondo e lui risponde vincendo una delle gare più importanti d’Europa. Gli Internationals, davanti alla televisione, avranno probabilmente controllato se il regolamento consentisse il prestito secco per il weekend.

La squadra scelta resta impressionante. Scottie Scheffler è numero uno sia nel ranking mondiale sia in quello di Data Golf. Cameron Young, Wyndham Clark, Russell Henley, Chris Gotterup, Sam Burns, Xander Schauffele e Collin Morikawa sono tutti nei primi undici del mondo. Poi ci sono Justin Thomas e Patrick Cantlay, scelti soprattutto perché nei team event diventano quelle persone che al torneo sociale dicono di non essere competitive e poi ti umiliano in campo scommettendo anche solo 1€ a buca.

Thomas ha un record di 10-3-2 in Presidents Cup. Cantlay è 10-4-0, Schauffele è 10-4-0 e Morikawa 6-2-0. Insieme formano una struttura portante che non richiede invenzioni. Cantlay e Schauffele si conoscono, vincono e possono essere mandati fuori in qualsiasi formato. Morikawa è ancora imbattuto nei fourball e nei singoli di Presidents Cup. Russell Henley, meno rumoroso di un aggiornamento dei termini e condizioni, ha esordito nel 2024 con un record di 3-1-0. È esattamente il tipo di giocatore che a fine settimana scopri aver portato tre punti mentre le telecamere inseguivano qualcun altro.

Scheffler è umano almeno in questo formato

Il dato più interessante della squadra americana riguarda il giocatore che dovrebbe rendere tutto poco interessante. Scheffler ha un record di 3-5-1 in Presidents Cup e di 6-11-4 considerando tutti i team event internazionali. È il migliore al mondo nel golf a 72 buche, ma finora non lo è stato nel golf in cui un birdie vale una buca e un triplo bogey vale ancora soltanto una buca. Il match play elimina una parte del vantaggio cumulativo che rende Scottie un cyborg nello stroke play.

Questo non rende Scheffler vulnerabile in senso assoluto. Rende decisiva la scelta del partner. Va affiancato a qualcuno che non entri in modalità spettatore mentre lui colpisce ferro dopo ferro dentro i quattro metri. Henley è una soluzione logica per solidità; Burns, suo grande amico, sarebbe una soluzione emotiva e offensiva. Il pericolo per gli avversari è che perfino una versione storicamente sotto rendimento di Scheffler abbia comunque prodotto punti. Se questa settimana converte il suo golf normale in quattro punti, la coppa può essere impacchettata già sabato sera.

Il mio candidato meno ovvio a MVP americano è Sam Burns. Data Golf lo colloca al numero due del mondo; nel 2026 ha chiuso i quattro major con un totale di 20 colpi sotto il par, e soltanto Scheffler ha eguagliato quel dato. È secondo sul PGA Tour per scoring sui par 4 e possiede esattamente il profilo che funziona nei fourball: tanti birdie, putting capace di scaldarsi e nessun bisogno di proteggere il punteggio del compagno. Metterlo con Clark, leader del Tour nella percentuale di birdie o meglio, sarebbe un attacco diretto al record del campo.

Ogilvy ha quattro uomini per cambiare la storia

La squadra International non può vincere distribuendo responsabilità in modo democratico. Ha bisogno che quattro giocatori portino punti pesanti: Si Woo Kim, Hideki Matsuyama, Tom Kim e Ryan Fox. Se uno di loro chiude sotto il 50 per cento, il margine si assottiglia. Se due steccano, il weekend diventa una lunga produzione televisiva sulla sportività.

Si Woo è il vero numero uno della squadra. Nel 2026 è secondo sul PGA Tour dietro Scheffler in Strokes Gained tee to green e ha raccolto undici top 10. Il putter rimane l’animale domestico che ogni tanto morde il proprietario, ma nel match play un compagno può ridurre il peso di ogni singolo errore. Il suo record nella competizione è 6-5-0, positivo in una squadra che vive circondata da numeri negativi. Se gli Internationals faranno paura, Si Woo sarà probabilmente al centro della scena, possibilmente accanto a Tom Kim e certamente con il volume emotivo impostato su “Rave di Amsterdam”.

Matsuyama arriva con un ranking Data Golf migliore del suo OWGR, 17 contro 26, e una seconda parte di stagione molto solida. Il record di 9-13-5 è mediocre, ma va letto sapendo che per anni ha affrontato le coppie americane più forti e ha dovuto fare insieme il campione, il mentore e l’ambasciatore. Ogilvy deve liberarlo da almeno uno di questi lavori. Con Sungjae Im nei fourball può attaccare; con Ryo Hisatsune nei foursomes può costruire una coppia tecnicamente pulita e culturalmente naturale.

Tom Kim è l’accendino della squadra. Ha 24 anni, un record di 3-5-1 e una capacità quasi scientifica di trasformare un putt da tre metri alla buca 7 in una questione personale. Il suo golf non è perfetto per la lunghezza di Medinah, ma la sua versatilità permette a Ogilvy di usarlo con più partner. Fox, invece, porta potenza, esperienza e la Claret Jug vinto a Royal Birkdale. A 39 anni debutta in Presidents Cup da campione di major, una frase che sembra assurda se pensiamo a come era partita l’annata del kiwi.

Poi c’è Adam Scott. Questa sarà la sua dodicesima Presidents Cup consecutiva, record che lo porta accanto a Phil Mickelson per numero di presenze. Ha anche superato quota cento major consecutivi disputati. Il suo record nella coppa è 20-28-6 e non ha mai fatto parte di una squadra vincente. Scott è la memoria vivente del torneo, il suo testimone più elegante e anche la prova che la lealtà, nel golf, non garantisce necessariamente un lieto fine. Se gli Internationals riuscissero a vincere proprio nella sua dodicesima presenza, persino il broomstick putter sembrerebbe uno strumento romantico e sinuoso.

Medinah torna alla ribalta dopo il miracolo del 2012

Sul campo conviene essere brevi, anche perché Vittorio Addabbo ha già raccontato qui il lavoro di OCM nel rifare completamente il campo. Il Course No. 3 riaperto nel 2024 non è più il corridoio alberato visto nel 2012. Fairway più larghi, linee alternative, bunker collocati secondo il terreno e non secondo la distanza media del drive, green e angoli che premiano la posizione. La larghezza non lo rende più facile; rende più costoso scegliere il lato sbagliato.

La curiosità più importante per questa settimana è che Geoff Ogilvy fa parte di OCM, lo studio che ha ridisegnato Medinah insieme a Mike Cocking e Ashley Mead. Il capitano ospite conosce quindi il campo meglio di chiunque altro. Inoltre, la sequenza di gara partirà dalla buca 5 del percorso dei soci, così le nuove 16, 17 e 18 diventeranno le buche 12, 13 e 14 dei match e avranno più possibilità di essere giocate.

Le coppie contano più dei nomi

Il programma prevede 30 match e 30 punti. Giovedì si parte con cinque fourball, venerdì ci sono cinque foursomes, sabato quattro fourball e quattro foursomes, domenica dodici singoli. Servono 15,5 punti per vincere. Ogni giocatore deve disputare almeno un match prima dei singoli, dettaglio che permette ai capitani di proteggere chi è fuori forma e di spremere i leader.

Per Snedeker la tentazione naturale è mantenere ciò che già funziona. Cantlay e Schauffele sono una coppia pronta all’uso. Burns e Clark possono trasformare i fourball in una gara di birdie. Cameron Young e Gotterup hanno abbastanza velocità per ridurre Medinah a una serie di wedge e domande esistenziali. Thomas può fare da veterano a Koivun, che porta talento puro e l’incoscienza statistica dei suoi ventuno anni, ricordando che al 3M Open ha vinto a -25 con giri in 61, 68, 61 e 66, restando 42 buche consecutive senza bogey e guadagnando più di dieci colpi con gli approcci.

Ogilvy deve invece usare ogni coppia come una correzione. Conners è più utile nei foursomes, dove il suo ball striking può coprire una parte del putting. Bezuidenhout, numero 97 al mondo ma 3-1-1 nella coppa, è il promemoria che il rendimento match play non segue sempre la gerarchia. Matsuyama può essere alternato tra Im e Hisatsune. I due Kim hanno energia e chimica, ma separarli in alcune sessioni potrebbe evitare che tutta la scintilla della squadra finisca in un solo match. Fox e Min Woo Lee offrono la velocità che manca ad altri. Ogni combinazione deve avere una ragione precisa, perché gli Internationals non possiedono abbastanza profondità per sprecare un punto in un esperimento.

Gli Internationals non hanno molto margine di manovra

Per arrivare vivi a domenica, gli Internationals devono fare tre cose. La prima è evitare un altro avvio 0-5. Sembra banale, ma nel 2024 hanno passato il venerdì a riparare il cratere del giovedì e il weekend a pagare gli interessi. Dopo le prime dieci partite devono essere almeno 5-5, meglio ancora 5,5-4,5 avanti. Il formato regala agli Stati Uniti più profondità il sabato, quando si giocano otto match e le seconde linee smettono di essere seconde linee.

La seconda è ricavare almeno dodici match complessivi dal quartetto Si Woo, Matsuyama, Tom Kim e Fox prima dei singoli. Non possono essere preservati; devono essere usati. La terza è vincere sul green. Non perché il putting sia magicamente più importante in match play, ma perché è la componente più volatile e dunque la migliore possibilità di comprimere il divario di talento in quattro giorni. Se entrambe le squadre colpiscono la palla secondo i rispettivi valori medi, gli Stati Uniti vincono. Se gli Internationals imbucano sei putt in più nei momenti ad alto impatto, la statistica comincia finalmente a traballare.

C’è poi un vantaggio psicologico molto semplice: gli Internationals non hanno niente da perdere. Il problema è che questa frase viene pronunciata ogni due anni, normalmente pochi minuti prima che perdano. Ogilvy deve trasformarla in libertà tattica, non in una didascalia. Mandare i migliori davanti, attaccare nei fourball, scegliere partner complementari e accettare che alcuni uomini giochino cinque sessioni. La prudenza, contro questa squadra americana, è soltanto una forma più lenta di sconfitta.

Il pronostico che nessuno vuole leggere

Vorrei scrivere che il campo nuovo, il genio architettonico di Ogilvy, l’energia dei Kim e la magia del match play produrranno la seconda vittoria International. Sarebbe una storia meravigliosa. Sarebbe anche un modo elegante per ignorare dodici ranking, decine di risultati e un divario di profondità che aumenta ogni volta che si guarda la parte bassa dei due roster.

Il mio pronostico è Stati Uniti 17, Internationals 13. Più combattuta di Montreal, abbastanza vicina da rendere la domenica interessante, non abbastanza da cambiare la storia. Burns sarà l’MVP americano con almeno tre punti e mezzo; Si Woo il miglior International con tre. Koivun produrrà uno di quei momenti che fanno sembrare inevitabile una carriera che inevitabile non è mai. Adam Scott vincerà il suo singolo, perché il golf sa essere sentimentale quando non deve decidere il risultato.

La speranza degli Internationals vive in una contraddizione: il golf è abbastanza casuale da permettere l’impresa, ma la Presidents Cup è abbastanza lunga da lasciare agli Stati Uniti il tempo di correggere quasi ogni incidente. Quattro giorni, trenta punti e una squadra con undici giocatori nei primi trenta del mondo sono un ottimo sistema per impedire alla sorpresa di sopravvivere.

Poi, naturalmente, si gioca. E il bello del match play è che per vincere una buca non serve essere il migliore del mondo. Serve soltanto fare quattro quando l’altro fa cinque, magari guardandolo per mezzo secondo più del necessario. È poco. È tutto. Ed è l’unico motivo serio per credere che, prima o poi, questa coppa possa tornare a essere una competizione e non la riunione biennale in cui gli Stati Uniti verificano di avere ancora dodici ottimi giocatori in preparazione alla prossima Ryder Cup.


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