Europe e USA alla vigilia della sfida: vento, pressione, emozioni e un consiglio semplice: “Tirala in mezzo al fairway”.
La Solheim Cup sta per cominciare e, a giudicare dalle conferenze stampa, una cosa è già chiara: qui nessuno ha intenzione di rendere la vita facile a nessuno.
Da una parte l’Europa, con quattro rookie ma anche tanta esperienza di match play. Dall’altra gli Stati Uniti, pronti a difendere una Coppa conquistata due anni fa. In mezzo, il Bernardus Golf: vento, bunker, fairway stretti e condizioni capaci di cambiare faccia al percorso nel giro di pochi minuti.
Lottie Woad è alla prima Solheim Cup, ma le compagne sembrano tutt’altro che preoccupate.
Ha già giocato Curtis Cup, match play e competizioni a squadre e, soprattutto, ha una buona “testa da golf”.
Il vero problema sarà il primo tee. Le hanno detto che è impossibile descrivere cosa si prova davanti a quella folla.
Lei, per ora, sembra pronta.
Anche perché Charley Hull le ha già dato il consiglio più british possibile: non pensarci troppo e tira il driver in mezzo al fairway.
Del resto, dopo una buca, anche un disastroso primo colpo vale soltanto 1 down.
Alla sua ottava Solheim Cup, Charley Hull non sembra avere intenzione di cambiare personaggio.
La sua ricetta è semplice: mantenere la propria routine, dormire, scaldarsi come sempre e soprattutto non complicarsi la vita.

Linn Grant racconta di amare proprio questo di Charley: se un colpo va male, lei non ci pensa troppo. Si va avanti.
Una filosofia che in match play può essere un’arma formidabile.
E se proprio serve una pausa strategica, Hull ha già la soluzione: un pisolino. Conoscendo quanto Charley sia nemica del gioco lento, sorrido per questa sua dichiarazione.
Dietro la squadra europea c’è una Anna Nordqvist descritta dalle compagne come organizzata, preparatissima e soprattutto tranquilla.
Linn Grant e Maja Stark raccontano una capitana capace di mettere ogni cosa al proprio posto, lasciando alle giocatrici il compito più importante: giocare.
Ma Nordqvist non è soltanto organizzazione. È anche esperienza da trasmettere alle più giovani, con incontri, consigli e una disponibilità che le compagne sembrano apprezzare moltissimo.
Negli Stati Uniti il mantra è diverso, ma il concetto è simile: mental toughness.
Nelly Korda sa che il pubblico sarà prevalentemente dalla parte europea, ma preferisce restare nella sua “bolla”. Niente pensieri sul fatto di essere la numero 1 del mondo, niente bersaglio sulla schiena.
Solo golf.
E quando arriva il momentum, dice Korda, bisogna afferrarlo subito. Perché in match play un putt può cambiare una partita e una partita può cambiare la Coppa.
Tra le storie più interessanti c’è quella di Angel Yin.
La statunitense ha raccontato senza nascondersi le difficoltà attraversate nelle ultime settimane e i dubbi sulla possibilità di essere realmente pronta per la Solheim Cup.
Alla fine è stata la fiducia della capitana a fare la differenza.
“Vuoi che io sia qui?” è stata, in sostanza, la domanda.
La risposta è stata sì.
E quando una squadra crede in te, perché non provarci?
Il golf, quello vero, comincia venerdì, cioè domani.
Arriverà il momento in cui tutto sparirà: resteranno solo una pallina, una buca e un’avversaria.
Perché è questo il bello della Solheim Cup: puoi essere numero 1 del mondo, rookie, veterana o outsider. Puoi arrivare con il gioco perfetto oppure con mille dubbi.
Quando parte il match, si ricomincia da zero.
E allora sì: avanti tutta.
E, come suggerisce Charley Hull, possibilmente dritto in mezzo al fairway.



