Nel duello il rivale conta meno dell’immagine che costruiamo guardandolo.
Nel match play l’avversario non è mai soltanto quello che hai davanti. C’è lui, con la sacca, il cappellino e i suoi par veri o presunti. Poi c’è l’altro: quello che ti costruisci in testa, più forte, più fortunato, più giudicante, spesso molto più antipatico dell’originale.
Il match play è l’unica forma di golf in cui hai un vero e proprio avversario davanti a te. Non il campo, non lo scorecard, non la classifica. Un altro. Una camicia colorata che si muove alla tua sinistra, un drive che atterra venti metri oltre il tuo o venti metri dietro, un’espressione del viso che leggi o credi di saper leggere.
Il duello, nel golf, cambia persino la postura sociale del campo. Il tuo compagno smette di essere soltanto un nome sulla scheda e diventa presenza, ritmo, minaccia, misura. Ogni occhiata, ogni tempo di preparazione, ogni mezzo sorriso acquista peso antropologico.
Emmanuel Levinas, filosofo lituano-francese, in Totalité et infini. Essai sur l’extériorité (Nijhoff, 1961) scrive la frase da cui inizia una rivoluzione nell’etica contemporanea: «Le visage se refuse à la possession, à mes pouvoirs». Il volto si rifiuta al possesso, ai miei poteri. L’altro, nella sua presenza, non è una cosa che puoi calcolare.
Bob May, per Tiger, quella domenica, al Valhalla Golf Club in Louisville, nel 2000, rappresentava quel volto di cui parlava Levinas che rifiuta il possesso. Tiger aveva battuto Mickelson, Els, Duval ma non era ancora riuscito a battere quel volto, BOB.
Per capire il match play serve allora un passaggio all’altro filosofo. Carl Schmitt, giurista tedesco, Der Begriff des Politischen (Duncker & Humblot, 1932), scrive: «Il nemico politico non deve essere moralmente cattivo, né esteticamente brutto». Non è l’avversario morale. È l’altro, l’estraneo, l’esistenzialmente diverso. Bob May, in quel senso schmittiano, era il nemico perfetto: non aveva niente contro Tiger, e Tiger non aveva niente contro Bob May. Eppure uno dei due doveva vincere e uno doveva perdere. Il match play è la forma più pura di politica schmittiana: puro amico-nemico senza ideologia, senza morale, solo esistenza condivisa e incompatibile.
Chi ha giocato match in circolo lo sa. Il tuo flight-partner domenica mattina è tuo amico al bar alle sette, e diventa volto-rifiuto-possesso per quattro ore. Gli offri la pace quando chiudi la buca, non prima. Hai imparato a dissimulare, a guardare il green anziché il suo backswing, a non fargli vedere che stai respirando male. L’etica del match play è un’etica levinasiana travestita da regolamento R&A.
C’è però un terzo passaggio, il più pericoloso. René Girard, francese, in Mensonge romantique et vérité romanesque (Grasset, 1961): «Seul l’être qui nous empêche de satisfaire un désir qu’il nous a lui-même suggéré est vraiment objet de haine». Solo chi ti impedisce di soddisfare un desiderio che ti ha suggerito è davvero oggetto di odio. Il drive di Bob May sulla 15, quel pomeriggio, fu straordinario. Lungo trecento yard, draw perfetto, centrato in fairway. Tiger, istintivamente, ha pensato: «voglio quel drive». Il desiderio mimetico. Hai visto il colpo dell’altro, ora vuoi quel colpo. Un secondo dopo lo hai tirato tu, e l’hai tirato peggio del solito. Il mediatore — per Girard è il rivale-modello — ti ha corrotto il grip prima ancora di colpire.
Che cosa fece Tiger a Valhalla? Due cose. Alla diciassettesima del playoff, davanti al draw di May, smise di guardare il giocatore e cominciò a guardare solo la pallina. E alla diciottesima, quando May imbucò il putt dei record, Tiger non reagì emotivamente. Annuì, rispose con il suo, e si mise in marcia per il playoff come se stesse camminando in un albergo deserto. Smise di avere Bob May davanti. Ebbe solo il putter. Quando si accorse di avere vinto, abbracciò May con la sincerità sospetta di chi sa di avere vinto soprattutto contro un fantasma dentro di sé.
Qui il paradosso.
Tiger non vinse contro Bob May. Tiger vinse contro il Tiger che aveva sognato Bob May. Il match play funziona così: c’è un avversario reale, con faccia vera e cognome vero, e c’è la proiezione che ne fai dentro di te. Vinci se annulli la seconda. Perdi se la coltivi. Nietzsche, in Ecce homo, scrisse che il proprio destino è «una piccola scoperta». La piccola scoperta del match player è che il suo avversario non era mai stato l’altro.
Il sabato in circolo, al Villa d’Este come al Circolo Golf Torino o al Menaggio, quando il tuo flight partner fa un drive di duecentottanta metri e tu di duecentotrenta, hai due opzioni. Prima: guardarlo, invidiarlo, tirare il tuo guardando il suo. Perderai la buca, e sei Girard. Seconda: firmare in silenzio il tuo duecentotrenta, rispettare il volto dell’altro senza farlo entrare nel tuo volto, e sei Levinas.
Non c’è una terza via. Il golf è un aut aut etico, si traveste solo da gara sociale.
La stretta di mano alla buca numero 18 o al tavolo dei referee nel playoff, è il momento vero. Tutto il match play si gioca per arrivare lì. Perché lì il volto torna ad essere volto, il nemico torna ad essere amico da bar, il desiderio mimetico si spegne in un sorriso. Ma è un sorriso post-tempesta. Chi arriva lì con la rabbia ha semplicemente perso la partita due volte: la prima nel campo, la seconda in sé stesso.
Tiger abbracciò May. il quale non vinse mai un major, ma quel giorno costrinse il Tiger più feroce dei primi anni 2000 a riconoscere un volto davanti a sé. È questo il punto che resta: l’avversario vero non è mai soltanto una sagoma da superare. È una presenza che ti obbliga a capire quanto del tuo desiderio appartenga davvero a te e quanto, invece, sia stato acceso da lui.
Nei match di circolo succede in formato più piccolo e più rivelatore. Dopo quattro ore capisci di avere difeso un handicap, un’immagine, una gerarchia da bar, magari persino una vecchia frase detta in clubhouse. Per questo il duello stanca così tanto: non giochi solo contro l’altro, giochi contro la parte infantile di te che vuole somigliargli o umiliarlo.
Il duello, quando funziona davvero, non serve soltanto a stabilire chi passa il turno. Serve a smontare la sceneggiatura privata che avevamo appiccicato all’altro: il rivale come minaccia, come specchio, come misura del nostro valore.
Alla fine stringiamo la mano a una persona. Ma durante il giro, molto spesso, abbiamo combattuto contro un personaggio inventato da noi. Il match play diventa maturo e reale quando riusciamo a distinguerli.