Turnberry 2009: il putt sospeso tra vittoria e memoria

Quando la palla resta sul bordo della buca, il golf misura ciò che accade, mentre la memoria custodisce ciò che sarebbe potuto essere.

 

A Turnberry, un putt sospeso separò Tom Watson dalla Claret Jug e trasformò una vittoria sfiorata in una lezione sul possibile.

Turnberry, 19 luglio 2009. Tom Watson, che ha cinquantanove anni, che nove mesi prima ha affrontato un intervento all’anca, che porta con sé cinque Claret Jug e il Duel in the Sun del 1977, arriva alla diciottesima buca con un colpo di vantaggio, dopo che il birdie alla 17 ha restituito al campo l’atmosfera di una leggenda pronta a ruggire ancora.

Dopo che il drive ha trovato il centro del fairway, Watson si presenta alla 18 con 187 yards da percorrere e un ferro 8 tra le mani. Il gesto, affinato lungo un’intera carriera, traduce con esattezza l’intenzione in movimento: la palla parte sulla linea scelta, attraversa il vento e raggiunge il punto d’atterraggio previsto. Proprio allora, quando l’azione sembra aver esaurito ogni margine d’incertezza, l’esito si sottrae al controllo del giocatore: la palla, trattenendo meno spin del necessario, prosegue oltre il green. In quella corsa inattesa si manifesta la distanza, minima e tuttavia decisiva, che separa la perfezione di un gesto dalla riuscita che dovrebbe consacrarlo, ricordando come, nel golf, la competenza possa governare l’azione senza mai possederne interamente le conseguenze.

Dal bordo del green, Watson affronta un primo putt la cui velocità, superiore a quella richiesta dalla pendenza, conduce la palla circa dodici piedi oltre la buca. Sul tentativo di ritorno, dal quale dipende la possibilità di conquistare per la sesta volta l’Open Championship, la linea appare corretta fino agli ultimi istanti; la palla, tuttavia, sfiora il centro della buca e rimane fuori, rendendo necessario il playoff contro Stewart Cink, che nelle quattro buche supplementari saprà trasformare in una vittoria di sei colpi la lucidità già mostrata alla 18, dove un birdie di grande precisione gli aveva consentito di raggiungere Watson in testa.

La Claret Jug appartiene quindi a Cink, poiché il risultato, determinato dai colpi effettivamente eseguiti, riconosce nel suo playoff la forma compiuta della vittoria. La memoria del torneo, però, continua a raccogliersi anche attorno al putt di Watson, perché in quei pochi secondi, durante i quali la palla percorse la linea che avrebbe potuto concludere una delle imprese più straordinarie nella storia del golf, il tempo sembrò sospendere la propria continuità, lasciando intravedere una possibilità che, pur senza realizzarsi, aveva già assunto una consistenza quasi storica.

Watson spiegò in seguito che il ferro giocato alla 18 era atterrato esattamente nel punto immaginato e che il vento, modificando la quantità di spin rimasta sulla palla, ne aveva prolungato la corsa oltre il green. La sua osservazione, prima ancora di offrire una spiegazione tecnica, rivela il modo nel quale un grande giocatore di links comprende il rapporto tra decisione ed esito: il colpo può essere progettato con rigore, eseguito secondo l’intenzione e valutato attraverso parametri corretti, mentre il terreno, il vento e il rimbalzo introducono nella traiettoria una componente che il sapere del giocatore può prevedere soltanto entro certi limiti.

La scorecard, la cui funzione consiste nel ridurre la complessità del giro a una successione numerica verificabile, registra il 278 di Watson e il 278 di Cink, aggiunge il risultato del playoff e assegna il titolo. In questa essenzialità, che ricorda insieme la sobrietà di un tribunale e la precisione di un orologio, il golf manifesta la propria struttura più severa: ogni intenzione, ogni difficoltà e ogni circostanza acquistano rilevanza soltanto nella misura in cui producono un colpo, mentre il punteggio conserva esclusivamente ciò che è entrato nella forma definitiva del risultato.

Aristotele, nel libro Theta della Metafisica, distingue la potenza, intesa come capacità reale di conseguire una determinata forma, dall’atto, nel quale quella capacità raggiunge il proprio compimento. Quando Watson si trova sul fairway della 18, la vittoria esiste in potenza, poiché egli dispone del vantaggio, dell’esperienza, del colpo necessario e della possibilità concreta di concludere il torneo. Quando Cink termina il playoff, quella stessa vittoria esiste in atto, perché il risultato, ormai inciso sulla Claret Jug e registrato negli albi, ha ricevuto una forma che nessuna ricostruzione successiva può modificare.

Proprio perché la scorecard rimane fedele all’atto, ogni golfista conosce la tentazione di costruire, accanto al giro realmente giocato, una seconda contabilità, nella quale sopravvive il punteggio che avrebbe potuto ottenere. Al bar del circolo, dove un triplo bogey viene spesso descritto come l’effetto di una circostanza eccezionale e un putt corto assume la gravità di un complotto del greenkeeper, il risultato ideale riemerge attraverso la cancellazione retrospettiva di due o tre errori, come se la possibilità mancata possedesse lo stesso valore del colpo effettivamente concluso.

Il quasi di Watson appartiene a una categoria diversa, poiché la sua consistenza fu pubblica, misurabile ed esposta allo sguardo di tutti. Egli raggiunse la 72ª buca con un colpo di vantaggio, giocò l’8-ferro lungo la traiettoria desiderata e si trovò sul bordo del green con due putt per vincere. La possibilità del successo, dunque, non fu una ricostruzione elaborata dopo il giro, bensì una condizione reale della gara, che rimase presente fino al momento in cui il putt di ritorno, sfiorando la buca, impose al torneo la forma definitiva del playoff.

Il futuro che aveva già respirato

Ernst Bloch, nel Principio speranza, assegna alla filosofia il compito di indagare il “non-ancora”, vale a dire quell’insieme di possibilità che, pur non avendo raggiunto il compimento, sono già contenute nel presente e contribuiscono ad ampliarne l’orizzonte. Turnberry 2009 appartiene precisamente a questa dimensione, perché prima di quella domenica la vittoria di un giocatore prossimo ai sessant’anni in un Major sembrava confinata nel territorio dell’eccezione immaginaria, mentre dopo il putt di Watson entrò nella sfera delle possibilità che il golf aveva visto assumere una forma concreta.

Chiunque abbia inseguito per la prima volta un giro sotto handicap conosce una trasformazione analoga. Quando il risultato sfuma alla 18, dopo essere rimasto raggiungibile per molte ore, la classifica e l’handicap possono restare immutati; cambia, tuttavia, la misura interiore con la quale il giocatore valuta le proprie capacità, poiché ciò che prima apparteneva soltanto all’immaginazione è stato sperimentato sul campo come possibilità effettiva. La soglia non è stata oltrepassata, eppure è stata raggiunta, osservata e riconosciuta.

Da questa esperienza deriva la distinzione tra il quasi fertile e il quasi sterile. Il primo inaugura un processo di comprensione, perché induce il giocatore a domandarsi quale scelta, quale colpo o quale disposizione mentale debbano ancora maturare affinché la possibilità raggiunga il proprio compimento. Il secondo diventa una forma di assoluzione, mediante la quale il vento, il rimbalzo o la sorte vengono utilizzati per sottrarre l’errore all’analisi.

Watson, accogliendo la sconfitta, riconoscendo il merito di Cink e descrivendo il proprio ferro alla 18 senza trasformarlo in una giustificazione, conferì al proprio quasi una dignità particolare. La vicinanza alla vittoria rimase così distinta dalla vittoria stessa, mentre il valore dell’impresa poté ampliarsi nella memoria senza alterare la verità del risultato.

Qualcosa di simile era accaduto a Costantino Rocca nella Valley of Sin, dove una sconfitta, pur conservando intatta la propria evidenza agonistica, contribuì a fondare una parte decisiva dell’immaginario golfistico italiano. In entrambi i casi, il risultato concluse la competizione, mentre il gesto, entrando nella memoria di una comunità, continuò a produrre significato, appartenenza e misura.

Per questa ragione Turnberry continua a parlarci. Cink vinse The Open, poiché seppe costruire il birdie della 18 e dominare il playoff; Watson, arrivando a un putt dal titolo a cinquantanove anni, costrinse il golf a riconsiderare i confini dell’età, del tempo e della possibilità. Quel putt, rimasto sospeso tra il bordo della buca e la Claret Jug, mostra ancora oggi come alcune possibilità, sebbene incompiute, possano diventare abbastanza reali da modificare ciò che una comunità considera possibile.


Related Posts
Total
0
Share