Ci sono sport nei quali l’avversario è davanti a noi. Nel golf, molto spesso, è dentro di noi.
È forse questa una delle ragioni per cui definisco il golf una disciplina specchio: perché restituisce, con una precisione quasi impietosa, il nostro modo di gestire pensieri, emozioni, aspettative, errori e pressione.
La pallina non sa se siamo nervosi.
Il campo non sa se abbiamo avuto una giornata difficile.
La buca non sa quanto abbiamo bisogno di fare quel par.
Eppure, tutto questo può comparire nel nostro gesto.
Il golf rende quindi visibile qualcosa che normalmente rimane invisibile: il rapporto che abbiamo con noi stessi quando non possiamo controllare completamente ciò che accade.
Il Golf non giudica. Ma rivela.
Pensiamo a una situazione molto comune.
Siamo davanti a un putt importante. Abbiamo già visualizzato la traiettoria. La lettura del green è corretta. Tecnicamente sappiamo cosa fare.
Poi compare un pensiero: “Non posso sbagliarlo.”
Da quel momento, il focus cambia, perché non stiamo più semplicemente eseguendo un gesto motorio. Stiamo cercando di controllare il risultato.
Il cervello può spostare l’attenzione dall’esecuzione a ciò che potrebbe accadere dopo: “se sbaglio, perdo il match; se sbaglio, faccio una brutta figura; se sbaglio, confermo di non essere abbastanza bravo.”
È proprio qui che il golf diventa psicologia applicata.
La ricerca sulla performance sotto pressione mostra che l’aumento della pressione competitiva può compromettere il putting ed è associato a cambiamenti nell’attivazione fisiologica e persino nei parametri del movimento.
Il problema, quindi, non è semplicemente “essere nervosi”.
Il punto è capire che cosa facciamo con ciò che sentiamo.
Emozioni: il golf non chiede di eliminarle
Uno degli equivoci più frequenti nella psicologia dello sport è pensare che un atleta mentalmente forte debba essere calmo.
Non necessariamente. (Vedi il mio articolo: “Devi essere calmo per giocare bene sotto pressione?”
Un giocatore può sentire tensione, accelerazione del battito, paura di sbagliare, rabbia o eccitazione e continuare comunque a eseguire efficacemente.
La competenza psicologica non consiste nell’assenza di emozioni. Consiste nella capacità di autoregolazione.
In uno studio sul putting sotto pressione, alcune strategie di regolazione emotiva — in particolare la rivalutazione cognitiva e la distrazione — hanno ridotto gli effetti negativi del “choking”, cioè quel deterioramento della prestazione che può comparire proprio quando la situazione diventa importante.
Questo ci porta a una distinzione fondamentale:
**non possiamo sempre scegliere ciò che proviamo, ma possiamo allenare il modo in cui rispondiamo a ciò che proviamo.**
Ed è esattamente ciò che il campo ci insegna, buca dopo buca.
L’errore diventa uno specchio ancora più potente
Il momento più interessante, psicologicamente, spesso non è il colpo perfetto.
È quello sbagliato.
Cosa succede dopo un doppio bogey?
Alcuni giocatori reagiscono con rabbia. Altri iniziano a rimuginare. Altri cercano immediatamente di recuperare il colpo perso. Altri ancora si irrigidiscono perché vogliono “non sbagliare più”.
Il risultato è che un errore può diventare un evento singolo oppure trasformarsi in una sequenza. La differenza non è necessariamente tecnica, ma è nella “risposta psicologica all’errore“.
Il golf ci obbliga a sviluppare una competenza straordinariamente utile anche fuori dal campo: la capacità di chiudere ciò che è successo e tornare alla situazione presente.
La buca successiva non sa cosa è successo nella precedente.
Il golf come laboratorio di consapevolezza
Ecco perché considero il golf una disciplina specchio. Perché amplifica alcune caratteristiche psicologiche che nella vita quotidiana possono rimanere nascoste.
Se sono perfezionista, il golf probabilmente me lo mostrerà.
Se ho difficoltà a tollerare l’errore, emergerà.
Se cerco continuamente conferme dal risultato, il punteggio diventerà emotivamente dominante.
Se tendo a rimuginare, avrò difficoltà a lasciare andare una buca.
Se invece ho sviluppato capacità di autoregolazione, accettazione dell’incertezza e attenzione al processo, il campo diventerà un luogo straordinario per esprimerle.
Non significa che il golf “misuri” la nostra personalità. E soprattutto non significa che un brutto giro definisca chi siamo.
Significa qualcosa di molto più interessante:
“il golf crea condizioni nelle quali possiamo osservare il nostro funzionamento psicologico in tempo reale. Ci mostra anche quei lati della nostra personalità che spesso non vogliamo accettare”.
Dal campo alla vita
La domanda più interessante, allora, non è: “Come faccio a pensare meno quando gioco?”
Ma:
“Che cosa mi sta insegnando il mio modo di giocare?”
Quando sbaglio, come reagisco?
Quando sono sotto pressione, cosa cambia?
Quando sono in vantaggio, riesco a rimanere presente?
Quando sono in svantaggio, continuo a scegliere bene?
Quando il risultato non è sotto il mio controllo, dove porto la mia attenzione?
Sono domande da golfista, ma anche domande profondamente umane.
Per questo il lavoro psicologico nello sport non dovrebbe essere considerato soltanto uno strumento per “giocare meglio”.
Può diventare uno strumento per conoscersi meglio.
E forse è proprio qui il significato più profondo della disciplina specchio. Il campo non ci mostra soltanto quanto sappiamo giocare. Ci mostra chi siamo e come stiamo nelle diverse situazioni. E questa, dentro e fuori dal golf, è una delle informazioni più preziose che possiamo imparare a leggere.
“Perché la vera performance non è riuscire a controllare tutto. È imparare a governare ciò che possiamo controllare, accettare ciò che non possiamo controllare e continuare a scegliere il colpo successivo.”
#samanthabernardi