Lo voglio dire: a me, nel mondo dello sport, i campioni super precoci mettono molta ansia. Preferisco di gran lunga un giocatore che si fa con calma la sua gavetta scolastica prima e universitaria dopo, che passa professionista, che girovaga per qualche tempo sui tour minori, per poi approdare solido mentalmente, umanamente e tecnicamente sui circuiti maggiori.
Per dire: a me la carriera di Stefano Mazzoli, che oggi ha 29 anni, e che solo qualche settimana fa ha vinto il suo primo torneo sul Pga Tour dopo essere passato attraverso l’Alps, l’Asian, il Challenge e lo European Tour, piace moltissimo.
Credo che quella lenta, ma di graduale miglioramento, sia la strada giusta. Forse anche perché mi terrorizza l’attuale modus vivendi tecnocratico, quello che ci illude di dover sempre andare verso una meta precisa con un obiettivo da raggiungere il più velocemente possibile, manco fossimo dei corridori impegnati in una gara di velocità estenuante. Nel mentre, nei 100 metri di questa vita che corriamo alla Usain Bolt, ci perdiamo però il senso del tempo, della crescita, del respiro, e dell’immersione profonda in noi stessi.
Per questo motivo assolutamente personale, mi provoca una nota d’ansia notare che all’interno dei top 70 che inizieranno i play off FedEx giovedì 13 agosto ci sono tantissimi under 24.
Penso ovviamente a Jackson Koivun, che con solo 5 tornei giocati da che è pro, ne ha già vinto uno e ha già pure centrato il target della prima tappa dei playoff; penso a Michael Brennan, che è solo alla sua prima stagione sul Pga Tour e ha già due due trofei nel curriculum; penso a Michael Thorbjornsen, che è sul circuito da un annetto in più rispetto agli altri due, eppure pare già un veterano; penso al sudafricano Aldrich Potgieter, che l’università manco l’ha fatta e che a soli 21 anni sarà lì giovedì a giocarsi il suo FedEx St. Jude Championship.
Ecco, guardo a questi giovani fenomeni e non posso però non pensare a chi fenomeno di precocità è stato prima di loro: Nick Dunlap, per esempio. Ve lo ricordate l’amateur capace di vincere l’American Express uccidendo Sam Burns nell’ultimo giro? E penso anche a Luke Clanton, che ci ha fatto innamorare del suo gioco già da dilettante quando macinava top 15 sul Pga Tour dove giocava su invito.
Ora, vi domando: dove sono finiti questi campioncini? Ve lo dico io: oltre la 145sima posizione del Pga Tour. E ancora: ve lo ricordate ancora Matthew Wolff, la stella americana dal talento puro e dallo swing veloce come un razzo, che proprio come un razzo prima è sparito dal palcoscenico del circuito a stelle e strisce, poi è sparito dal LIV e adesso vive alle prese con la depressione.
Voglio dire: questi ragazzi, questi giovanissimi sono certamente dei fenomeni ed è meraviglioso nonché interessante osservare il continuo ricambio che esiste sul tour americano, ma a tutto c’è un prezzo. E, sarò forse pessimista o magari solo anziana, ma tutta questa fretta di arrivare in cima mi fa pensare solo a un fatto: che alla lunga, il progredire lenti, il camminare calmi, ti regalano molti più momenti di felicità e, soprattutto, ti permettono di riconoscerli molto più profondamente. E oltre a tutto questo, in questo elogio della lentezza, mi piace pensare anche che è bello e soprattutto sano rifiatare, ogni tanto, perché la vita non è una corsa di 100 metri, ma una maratona lunghissima.