A volte una nazione sportiva nasce da un uomo in ginocchio, non da un trionfo.
Ci sono cadute che chiudono una domenica e cadute che aprono una storia. Costantino Rocca a St Andrews nel 1995 appartiene alla seconda famiglia. Non resta nella memoria italiana solo per un putt impossibile, ma per quella postura inginocchiata in cui una sconfitta smette di essere umiliazione e diventa fondazione.
Il putt entra davvero. Ventidue metri in salita dentro una buca che, per un secondo, sembrava essersi ritratta. Rocca lascia andare il putter, si piega in avanti, cade in ginocchio, alza le braccia, poi ricade a terra e batte i pugni sull’erba. La Valley of Sin smette di essere un accidente topografico e diventa una postura filosofica. Quattro buche di playoff più tardi Rocca perderà contro Daly di quattro colpi.
Il putt di Rocca vale anche come scena fondativa di una comunità sportiva. Intere generazioni di golfisti italiani hanno imparato da lì che si può appartenere a questo gioco persino attraverso una ferita nobile, attraverso un gesto che commuove più di quanto celebri. È un’origine stranissima, e proprio per questo memorabile.
Luigi Pareyson, torinese, maestro di Eco e di Vattimo, pubblica postumo nel 1995 il suo testamento filosofico: Ontologia della libertà (Einaudi). Lì dentro c’è una frase che è la sentenza del putt di Rocca: «È meglio il male libero che il bene imposto: il bene imposto reca in sé la propria negazione, perché vero bene è solo quello che si fa liberamente, potendo fare il male; mentre il male libero ha in sé il proprio correttivo, ch’è la libertà». Tradotta in linguaggio golfistico: la vittoria senza rischio non è una vittoria, e la sconfitta che è stata scelta fino in fondo è un atto più libero della coppa alzata. Rocca perde il playoff. Ma prima di perdere ha imbucato — e quel gesto, per Pareyson, conta più del risultato. La libertà si rivela nel momento in cui potresti anche fallire.
Giuseppe Capograssi, filosofo del diritto abruzzese, nella sua Introduzione alla vita etica (Studium, 1953) costruisce una categoria che sembra pensata per la Home di St Andrews: l’esperienza etica. Per Capograssi l’esperienza non è un contenitore di fatti, è il luogo dove la vita si scopre a sé stessa. L’individuo non sa chi è finché l’esperienza non lo mette davanti a un atto in cui deve rispondere di sé. Quei venti metri di putt sono esperienza etica capograssiana allo stato puro. Rocca non esegue: si scopre. E si scopre nell’unico modo in cui il golf permette di scoprirsi, cioè con la palla che gira, che gira, e che poi entra o che non entra. Il ginocchio che tocca l’erba non è un gesto di gioia: è una firma. La firma che solo l’esperienza etica sa mettere in calce a un’azione.
E poi c’è Giovanni Gentile — il più scomodo e tagliente, forse il più vicino al golf di quanto si pensi. Nella Teoria generale dello spirito come atto puro (Laterza, 1916), Gentile scrive: «il pensiero pensato suppone il pensiero pensante; e la vita e verità di quello sta nell’atto di questo». Il pensiero pensato è la coppa, è la classifica finale, è ciò che resta scritto nei libri. Il pensiero pensante è il putt mentre il putt si fa. Per Gentile la verità è nell’atto che si sta compiendo ora. Quando Rocca colpisce la palla dalla Valley of Sin, per quei due secondi e mezzo non esiste nient’altro al mondo. Non il playoff, non Daly, non la classifica, non la storia del golf italiano. Esiste un atto puro — e l’atto puro non è misurabile in colpi. È l’atto in cui lo spirito si fa.
Quattro buche dopo, sulla Road Hole, Rocca tre-putta dal bordo e chiude con un sette. Il playoff è finito. Ma il golf italiano non aveva mai saputo fino ad allora cosa significasse giocare per vincere un Major. Il golf italiano ha imparato a St Andrews che la sua vera vittoria era il putt in sè, non la coppa. L’atto, non il risultato. L’esperienza, non la classifica. Pareyson, Capograssi, Gentile lo avevano scritto nel Novecento che nessuno leggeva. Rocca lo ha mostrato in mondovisione in meno di trenta secondi. Questa è anche la forza delle immagini.
Molti sport nascono attorno a una coppa; il nostro immaginario nazionale, almeno per un momento, è nato attorno a un uomo piegato sulle sue ginocchia. C’è qualcosa di profondamente italiano, e profondamente umano, in questa genealogia. Il golf qui diventa racconto condiviso.
Il punto non è consolarci dicendo che perdere è bello. Perdere, spesso, è orrendo. Il fatto è che alcune sconfitte producono appartenenza: fanno nascere racconti, imitazioni, vocazioni, un modo nuovo di sentirsi dentro uno sport.