In una società liquida come quella in cui siamo immersi, una società che non regala più certezze e nemmeno punti di riferimento costanti, ma solo continui mutamenti, il golf potrebbe essere, o diventare, lo sport che più di altri è capace di insegnarci a sopravvivere in una realtà che viaggia a una velocità ormai diabolica anche per le menti più eccelse.
Vi spiego perché sono giunta a questa conclusione: in un mondo in cui l’accelerazione è al centro della filosofia e dei dibattiti mondiali, in un mondo in cui sempre di più siamo vicini a un’Intelligenza Artificiale più prestante di quella umana (anzi probabilmente questo punto di non ritorno lo abbiamo già superato proprio mentre scrivo queste righe), ciò che abbiamo sempre considerato fondante per la nostra crescita, la nostra vita e le nostre carriere, ovverosia la conquista di una determinata competenza, è -mi spiace dirvelo- acqua passata.
La competenza è lenta; il mondo viaggia invece al fulmicotone, più rapido del bolide di Kimi Antonelli.
Voglio dire: la competenza, intesa come capacità acquisita in un certo ambito dopo anni di studio ed esperienze, perde molto del suo peso in una società come l’attuale che si muove assai velocemente e che muta sembianze da un giorno all’altro. Non è follia, ma è pura logica.
Tradotto: la competenza, se prima era un punto di arrivo, oggi è semmai un punto di partenza; da lì a noi esseri umani servono e serviranno sempre di più nuove skills per riuscire a sopravvivere.
Il sapere, insomma, da verticale che era fino a poche settimane fa, deve diventare eterogeneo, anzi, quasi orizzontale: nel tempo dell’AI, all’uomo serve così una nuova forma di conoscenza che è data dalla capacità dei propri neuroni di saper mixare in maniera automatica e in tempi rapidi connessioni, relazioni e, ovviamente, cultura.
Nulla deve restare e resterà statico, tutto si deve e si dovrà muovere e tutti dobbiamo e dovremo diventare adattabili al muovo mondo che ci sta aspettando al varco, un mondo che già agli inizi dell’ ’800 Goethe definiva “veloziferico”, figuriamoci oggi.
Per dirla più facilmente: se non esistono più punti di riferimento costanti, perché “panta rei”, ovverosia tutto scorre sotto forma di una marea violenta di nuove informazioni che ci travolgono, continuare a fare ciò che era previsto fare secondo le consuetudini o, meglio ancora, secondo le competenze acquisite nel passato, è totalmente inutile. Anzi, è obsoleto. Ciò che conta oggi è sapersi muovere in una realtà in cui ciò che era previsto non conta più, perché tutto intorno a noi è già mutato mentre cerchiamo di capire come indirizzarci.
E il golf dunque che ci azzecca? C’entra, c’entra. Perché con la sua mutevolezza continua, con la sua imprevedibilità, con la sua continua richiesta di adattamento alle avversità che ci pone dinnanzi a ogni singolo colpo, il golf diventa una palestra mentale straordinaria. Un luogo sacro dove il processo conta più del risultato; uno spazio di mondo incerto dove per sopravvivere bisogna restare energici nella fantasia, nella curiosità e nel desiderio di superare ogni ostacolo che pure ci appare insormontabile.
Il golf è rinnovamento a ogni swing: è un ricominciare continuo. A ogni colpo si azzera il passato e si reinizia un giro nuovo. E sapersi destreggiare con abilità in un contesto così mutevole significa allenare il proprio cervello a trovare la strada quando la strada non è ancora stata segnata. Esattamente come sta accadendo, e sempre di più accadrà, là fuori.