US Open 2026: Clark vince, i dati raccontano come.
Wyndham Clark aveva iniziato la domenica dello US Open 2026 con sei colpi di vantaggio. L’ha finita con uno solo. Ma l’ha finita con la coppa in mano.
A Shinnecock Hills non è stata una passerella, è stata quasi una crisi controllata. Clark ha chiuso con 73, tre sopra il par, passando da -7 a -4 totale, abbastanza per battere di un colpo Sam Burns, secondo a -3 dopo un clamoroso 67 finale. Dietro, Tom Kim ha chiuso terzo a -1, mentre Scottie Scheffler, J.T. Poston e Keith Mitchell hanno finito quarti pari al campo.
La cosa più assurda è che, rispetto al sabato, il campo è stato molto più giocabile contro ogni previsione. Lo score medio del quarto round è stato 71,39, quindi “solo” +1,39 sul par 70. Per fare un confronto veloce: sabato solo due giocatori sono scesi sotto par, domenica invece sono arrivati 17 giri sotto par. I migliori giri di giornata sono stati i 66 di Ludvig Åberg, Joaquín Niemann e Peter Uihlein, seguiti dai 67 di Burns, Poston, Tyrrell Hatton e Benjamin James.
Eppure, anche con una domenica più morbida nei numeri, Clark è riuscito quasi a trasformare sei colpi di margine in un thriller giudiziario.
La sua vittoria è stata tutta nella differenza tra giocare bene e sopravvivere bene. Da tee a green ha perso 1 colpo e mezzo sul field ieri. In certi momenti è sembrato appeso al torneo con le unghie, il caddie e una buona dose di ostinazione. La palla scappava, qualche ferro non era pulito, il drive non gli dava sempre ragione. Ma attorno ai green ha tirato fuori una quantità di recuperi che in uno US Open pesano più dei birdie.
Il simbolo della sua settimana resta il colpo alla 16 del sabato, quel legno da fairway da circa 275 yard che aveva preparato l’eagle e allargato il vantaggio. Ma la domenica ha avuto un altro colpo manifesto: il birdie alla 16, con un putt lungo, nervoso, quasi irreale, arrivato proprio mentre Burns e Kim stavano provando a fargli sentire il fiato sul collo. Non è stato il colpo più elegante della settimana. È stato il colpo che gli ha impedito di buttare via lo US Open.
La parte più bella, però, è stata vedere come Clark abbia trasformato il suo short game in un sistema di salvataggio permanente. Alla 9 ha giocato un lob dalla rough pesante davanti al green che per poco non entrava. Alla 10 ha piazzato un wedge magnifico, palla che ha passato la buca e poi è tornata indietro fino a circa 1 metro e mezzo. In quei momenti non stava giocando il golf più pulito del torneo, ma il golf più utile. E nello US Open, spesso, è la stessa cosa con un nome meno romantico.
Burns è stato il grande protagonista della rimonta. Partiva sette colpi dietro e ha chiuso con 67, miglior giro tra quelli che contavano davvero per il titolo. È arrivato a -3, ha avuto la grandissima occasione di birdie alla 18 e soprattutto ha costretto Clark a giocare le ultime buche sapendo che il margine era diventato minuscolo. Il suo putt alla 18 per mettere pressione definitiva è scivolato via a destra appena prima della buca. Un colpo. Letteralmente. Da secondo posto a possibile playoff.
Per Burns resta una settimana enorme: secondo da solo, miglior risultato in carriera allo US Open, e terzo top 10 consecutivo nel torneo dopo il T9 del 2024 e il T7 del 2025. Da tee a green è stato una macchina nonostante la poca precisione con i primi colpi. Sul putt è stato letale con 2 colpi guadagnati su tutto il gruppo. Sta diventando uno di quei nomi che nei major duri non puoi più trattare come sorpresa. Il problema è che stavolta ha trovato davanti un leader in modalità “non bello, ma non muore mai”.
Tom Kim è secondo me il vero vincitore morale di questo Open. Ha chiuso terzo a -1, con un 70 finale, ed è stato l’unico insieme a Clark e Burns a finire il torneo sotto par. In un’edizione giocata a Shinnecock, questo dato vale parecchio. Non è stato un exploit casuale da un giro: ha tenuto la classifica per quattro giorni, ha risposto nei momenti giusti e ha mostrato una maturità da major vera. Dopo qualche stagione più silenziosa, questo terzo posto sembra quasi una riapertura del dossier “Tom Kim è pronto per vincere qualcosa di grande”.
Scheffler invece è il rimpianto tecnico del torneo e anche la delusione principale. Sabato era stato mostruoso da tee a green, il migliore del field con +4.21 colpi guadagnati in quella categoria, ma aveva perso -0.21 sul green. Domenica non è stato neanche preciso con i ferri e i dati dimostrano di quanto il suo round sia stato davvero anonimo (nessun colpo guadagnato o perso sul field). Aveva anche tutto il pubblico dalla sua parte (ci tornerò dopo su questa questione) e nonostante questo non ha mai messo pressione vera su Burns.
Bellissima anche la stranezza statistica di Keith Mitchell: quattro giri da 70, totale even par, T4. Non è il modo più rumoroso per fare top 5 in uno US Open, ma è quasi poetico. Quattro giorni senza mai andare sotto o sopra il par. A Shinnecock è come attraversare un incendio senza cambiare espressione.
Tra i grandi nomi, le delusioni non mancano. Rory McIlroy ha chiuso con un altro 73, finendo a +6 e T32. La sua settimana è stata fatta di lampi, rientri e nuove frenate: sempre abbastanza vicino da farti pensare “magari”, mai abbastanza solido da trasformare quel magari in qualcosa di reale. Partito subito all’attacco con il drive alla 1 sotto green, ma quando ne è uscito col par ho capito subito che non era giornata. Xander Schauffele ha finito a +2 dopo un 72 finale, mentre Collin Morikawa, dopo il 65 del venerdì, ha chiuso T17 a +3.
Tra gli amateur, il premio più bello se lo dividono Ryder Cowan e Jackson Koivun, entrambi a +5. Cowan era stato protagonista già nei primi giorni, Koivun ha chiuso con un ottimo 68 finale e passerà Pro da oggi dopo essere stato l’amateur numero 1 al mondo. Miles Russell, 17 anni, ha finito a +7 con un 70 domenicale. Non è solo “bella esperienza”. È il tipo di dato che tra qualche anno potremmo ritrovarci a rileggere con aria molto meno sorpresa.
Il dato complessivo del torneo è quasi perfetto per raccontarlo: score medio totale 72.9. Non un massacro tarantiniano stile Shinnecock 2004 o certi incubi USGA, ma comunque un campo che ha chiesto quattro giorni di pazienza, controllo e nervi. Domenica il vento era meno violento rispetto al sabato, ma l’aria si muoveva ancora, con previsioni intorno alle 16 mph e raffiche fino a circa 24 mph. Abbastanza per non trasformare il campo in un tiro al bersaglio, abbastanza poco per permettere a chi partiva dietro di attaccare davvero.
C’è però un’altra cosa da dire, e va detta senza troppi giri intorno alla bandierina: il pubblico di Shinnecock ha superato il limite. Tifare contro fa parte dello sport? Sì, fino a un certo punto. Creare atmosfera, scegliere un favorito, spingere Scheffler, sperare in una rimonta: tutto legittimo. Ma quando si passa al godere apertamente degli errori, agli urli durante i colpi, ai “don’t choke”, ai “get in the bunker”, allora non è più tifo. È solo maleducazione con il biglietto al collo.
Clark non è un personaggio perfetto e l’episodio dei locker di Oakmont gli resterà addosso ancora per un po’. Ha sbagliato, si è preso le critiche, ha chiesto scusa. Ma trasformare quella storia in un lasciapassare per trattarlo come il villain di uno show televisivo è una deriva brutta. Il pubblico non deve per forza amare Clark, ma c’è una differenza enorme tra non tifarlo e provare a diventare parte del suo collasso. E ieri alcuni spettatori quella differenza l’hanno calpestata con entrambi i piedi.
Il problema è che non sembra più un caso isolato. Il golf americano, soprattutto nei grandi eventi, sta iniziando a importare una cultura da arena un po’ troppo ubriaca di protagonismo. Lo abbiamo visto bene anche in Ryder Cup: rumore, pressione, patriottismo acceso, tutto bellissimo fino a quando resta dentro i confini del rispetto. Quando invece il pubblico prova a condizionare direttamente il colpo, insultare, provocare o godere dell’errore, allora non è più “ambiente caldo”. È perdita di controllo.
Per questo hanno fatto benissimo a espellere alcuni spettatori andati oltre le righe. Anzi, dovrebbe diventare la normalità: vuoi tifare? Perfetto. Vuoi urlare stupidaggini mentre un giocatore sta tentando di vincere uno US Open? Fuori. Perché il golf non deve diventare una biblioteca, ci mancherebbe. Ma non deve nemmeno diventare una curva dove il colpo sbagliato dell’avversario vale più del colpo bello del tuo giocatore.
E forse proprio qui la vittoria di Clark diventa ancora più significativa. Non ha battuto solo il campo, Burns, Scheffler e una domenica quasi scivolata via. Ha battuto anche un clima ostile, pesante, a tratti ingiusto. Vincere così, con il pubblico che aspetta il tuo errore quasi più del tuo birdie, non rende la coppa più lucida. La rende più dura.
Clark è diventato campione wire-to-wire. Ha guidato dall’inizio alla fine, anche se l’ultimo giorno sembrava più un uomo che cercava di uscire da una stanza piena di allarmi che uno che stava passeggiando verso la storia. È il suo secondo US Open dopo quello del 2023 a LA, ed è forse più significativo del primo: meno pulito, più contestato, più fragile, più umano.
Ha iniziato la domenica con sei colpi di vantaggio e l’ha chiusa con uno solo. Ma negli US Open non ti chiedono quanti colpi ti restano di margine. Ti chiedono solo se alla fine sei ancora davanti.
Clark lo era. Di un colpo. Di una vita.